Roma: aggrediti universitari per la vita

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VIETATO PARLARE SE NON TI SOTTOMETTI AL RELATIVISMO

9 Ottobre 2018. Un gruppo di 8 studenti che ha segnatamente lo scopo di informare scientificamente e sensibilizzare sull’aborto, appartenenti all’associazione “Universitari per la vita”, organizzano un volantinaggio con un banchetto e qualche stuzzichino alla facoltà di lettere dell’ateneo “La Sapienza”.
Sono una di loro.
Mentre cerco di spiegare a un ragazzo – che adduceva come ragione per essere favorevole all’aborto il crescente inquinamento di Madre Terra – che la vita non è proprio una cosa da poco e l’unicità di ogni essere umano, un’orda di gente ci viene addosso di soprassalto. Cercano di arraffare tutti i nostri volantini, si siedono con arroganza sul nostro tavolo, urlano «Medievali, bigotti, portate con voi il regresso, voi con le vostre idee di merda!».

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«Non è la donna a volere l’aborto»

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Mazzi e il libro “Indesiderate”:
«Gravidanza vista come “ostacolo”dalla società»

“Indesiderate”… da chi? È questa la domanda che sorge spontanea ascoltando la presentazione del libro di Andrea Mazzi, dal titolo, appunto, “Indesiderate”. Il soggetto sono le gravidanze difficili.
A dieci anni dalla scomparsa del proprio fondatore, i volontari dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII continuano a fare incontri per ricordare l’insegnamento di Don Oreste Benzi. Ieri, al Seminario Metropolitano di Corso Canalchiaro, un tema molto caro a Don Oreste è stato messo sul tavolo con la presentazione del testo firmato dall’attivista Andrea Mazzi, insieme ai meno recenti “Non siamo in vendita” di Irene Ciambezi e “Ascoltando Don Oreste Benzi” di Andrea Montuschi.

Le gravidanze difficili sono quelle che spingono le donne a considerare l’aborto. Vengono anche definite indesiderate, ma l’intento di Mazzi è quello di problematizzare questo assunto presentando le storie di numerose donne. «Sono anni che incontro queste gravidanze difficili, – ha spiegato l’autore – e la maggior parte delle donne vorrebbe continuare la gravidanza. La risposta più normale che ricevo è: “io vorrei continuare, ma…”». In vent’anni di attivismo, Mazzi ha incontrato un centinaio di mamme. Molte di queste storie sono divenute il cuore del suo libro: «Melissa ha detto “io vorrei continuare, ma mio marito non ne vuole sapere”. – ha citato l’autore – Lei era felicissima di essere rimasta incinta del terzo figlio, ma il marito era angosciato, soprattutto per via di una situazione lavorativa barcollante.
Questa angoscia ha invaso infine anche la moglie, che è andata ad abortire.

Molte storie riguardano ragazzine giovani, che vorrebbero tenere il bambino ma che si ritrovano davanti la contrarietà dei propri parenti. Ho raccolto la storia di questa giovane di 16 anni che si è rivolta al consultorio dicendo “aiutatemi, per favore, non voglio uccidere mio figlio”».

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Adesso Marco Cappato insegna suicidio assistito all’università

1 CommentoMinacce alla vita

Era già successo l’ anno scorso che Marco Cappato intervenisse in un liceo di Milano (il Bottoni)  per “spiegare”  agli studenti come è bello prendere una pastiglia di pentobarbital e andare all’ altro mondo.
[Ma il Governo è cambiato o no? Abbiamo un ministro dell’Università?, ndr]

Ma non c’ è limite al peggio.
Quest’ anno il leader rdicale ce lo ritroviamo addirittura all’ Università a insegnare suicidio assistito, eutanasia, droga libera, uso degli embrioni umani come cavie da laboratorio,  e la abolizione di ogni principio di bioetica per rendere la ricerca scientifica  libera, in nome del “progresso”.
Tutte cose che pensavamo archiviate nel museo degli orrori dei regimi di qualche decennio fa.

E anche cose apertamente illegali.
Però per Cappato & C questo non è un problema. Anzi, il leader radicale ha appena pubblicato un libro che si chiama “credere dis-obbedire combattere” spiega “come liberarsi dalle proibizioni per migliorare la nostra vita”.

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Alla fiera di Overton l’utero conviene

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Compravendita di bimbi. Che la vita umana sia sacra, intangibile, non lo dice più nessuno: ed è questa la radice della generale deriva etica, tipica delle nazioni “democratiche”.

Ma che cos’è questa “2018 Brussels conference on parenting options for European gay man”?
Niente, semplicemente è una fiera riservata a uomini gay organizzata dalla ‘MHB – Men Having Babies’ nella quale puoi affittare un utero, di fatto comprare un bambino, e avere consulenza legale per diventare papà a tutti gli effetti aggirando la legge.

Conviene. Questo è già il quarto anno che la fanno a Bruxelles, la capitale della nostra grande Europa.
C’è anche il catalogo con le donne, anzi gli uteri, perchè trattate così questo sono, che surrogano la gravidanza e ti fanno il bambino.
Naturalmente schiere di giuristi e consulenti per fare in modo che tutto appaia regolare perchè, di regolare, alemeno in teoria, non ci sarebbe proprio nulla.

E sì perchè già nel 2015 il Parlamento Europeo aveva sì dichiarato forte sostegno alle nozze gay, ma aveva anche nettamente bocciato la pratica della maternità surrogata perchè, testuale: “compromette la dignità umana della donna dal momento in cui il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce”.
Ci sarebbe anche la famosa ‘Convenzione dell’ONU sui Diritti dell’Infanzia‘ ma che vuoi, un buon avvocato riesce a dimostrare che il bambino lo hai avuto da una relazione precedente con una donna, che poi lei ha rinunciato ai diritti sul bambino (non perchè tu l’hai comprato, certo) e poi ti sei sposato con un uomo per cui, tutto regolare, viva la famiglia di chi ha il portafogli gonfi, tanto bisogno di affetto e tanta voglia di diritti civili, i propri.

Bullismo, grimaldello per il gender?

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L’Arcigay di Trieste ha riproposto un corso di formazione gratuito dal titolo apparentemente neutrale: “A scuola per conoscerci”. Propagandato come finalizzato a «prevenire e contrastare il bullismo omofobico e transfobico nelle scuole medie e superiori», è tristemente noto per la diffusione dell’ideologia omosessualista e l’orientamento alla sessualità gay.
Tuttavia, l’ennesimo collegamento del bullismo all’omofobia (1) aiuta a portare alla luce una strategia che prevede l’introduzione dell’ideologia gender in modo nascosto e subdolo.

Le continue campagne della RAI per trovare casi di bullismo da presentare in programmi televisivi, possono far sorgere il dubbio che il fenomeno non sia così diffuso.
Perché c’è bisogno di una campagna RAI per trovare dei casi? Se ripensiamo alla nostra vita scolastica, quante volte ci è capitato di incontrare il bullismo? Probabilmente mai o, forse, non c’è chiarezza su cosa sia il bullismo.

Una definizione di bullismo ci viene da “Save the children”, la ONG internazionale che di tutto si occupa eccetto che di salvare i bambini uccisi con l’aborto: «È bullismo il comportamento che contiene tutti e tre questi elementi: a) Atti persecutori ricorrenti e ripetuti nel tempo che possono essere diretti (come, ad esempio, spinte, calci, etc.) oppure indiretti (come, ad esempio, esclusione dal gruppo, calunnie, prese in giro, etc.); b) luoghi fisici specifici (come la Scuola) oppure VIRTUALI (via computer on line); c) Presenza della vittima che subisce l’abuso e non riesce a reagire».

La legge conferma tale definizione? No, perché non esiste una legge contro il bullismo ma ne esiste una contro il cyberbullismo, la 71/2017.
Già la definizione di “Save the children” è lacunosa e generica: non è detto che “escludere dal gruppo” sia sempre deplorevole; a prender le botte potrebbe essere anche il bullo, non solo la vittima; un battibecco, una lite, una naturale scazzottata occasionale, anche tra minori, non sono necessariamente atti di bullismo.
In definitiva, mancando una definizione giuridica, la definizione di “Save the children” non ha alcun valore.

Non si capisce neanche cosa sia il cyberbullismo, perché la 71/2017 sembra comprendere qualsiasi cosa: «qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo» (art. 2).
Uno spettro così ampio (2) fa tornare il dubbio che si voglia ingigantire il fenomeno: l’unico discrimine riguarda i minori. E’ chiaro soltanto che è improprio usare il termine per qualificare l’aggressione a un docente o a un maggiorenne… ma ormai questo è ciò che fanno tutti i massmedia!

Ma allora su quali dati si è approvata la legge? Nelle audizioni precedenti l’approvazione della legge sul cyberbullismo nessuno è stato in grado di fornire dati accurati: si parla di “percepito”, di percentuali (Telefono Azzurro), mai numeri di denunce, di arresti e di sentenze definitive.
E’ esemplare la premessa fatta dalla dirigente dell’Ufficio studi, ricerche e attività internazionali – Dipartimento della giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia, Isabella Mastropasqua: «A partire da un dato più esperienziale che statistico abbiamo
percepito l’aumento dei reati».

I dati del Ministero dell’Interno? Non ci sono. Si attivano numeri verdi nei comuni, le attività di prevenzione sono infinite su tutta la Penisola, le esortazioni a “raccontate tutto e denunciate” sono persino ossessive, ma… l’ultimo report risale al 31/8/2014! Si tratta di un report molto significativo perché:
– i dati riportati possono riferirsi a bullismo ma anche ad altro
– il numero dei casi è irrisorio rispetto ad altri reati
– i reati di minori su minori calano anche del 50% (ad es. le percosse)
– il mancato aggiornamento potrebbe significare che la polizia abbia problemi ben più rilevanti.
La conferma viene dalle singole Prefetture: ad esempio, quella di Belluno conferma che «Il fenomeno del bullismo, anche in ambito scolastico, così come per la forma perpetrata attraverso il cyberbullismo, non assume connotati preoccupanti».

I dati Istat sul bullismo. In base alla definizione della legge 71/2017 sembra che tutto sia bullismo. E’ questa la critica che si può rivolgere anche a un’indagine ISTAT su un campione di ca. 25.000 studenti, la quale ha concluso che la metà degli intervistati è stata oggetto di «qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento».
Tuttavia, va rivelato che «La scelta metodologica è stata quella di non parlare genericamente di “prevaricazioni” o di “atti di bullismo”, ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti vessatori», tra i quali spiccano «parolacce, offese e prese in giro».
Risultato: tutti credono che la metà degli studenti sia vittima di bullismo, perché nessuno fa notare i criteri con cui questo numero è stato ricavato.

La tecnica dei “casi pietosi”. Come per l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto, sembra proprio che anche per il bullismo si stia utilizzando lo stratagemma dei “casi”. Allora vennero diffusi dai massmedia orripilanti casi di aborto clandestino; oggi il coro dei massmedia politicamente corretti – RAI in testa – ci propina questa nuova emergenza e calamità nazionale.
Ma a quale scopo?

Il legame tra bullismo e gender è previsto dalla legge 71/2017 all’articolo 3, quando istituisce un «tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, del quale fanno parte […] associazioni con comprovata esperienza nella promozione dei diritti dei minori e degli adolescenti e nelle tematiche di genere».

La lotta al bullismo è collegata alla strategia LGBT. Lo conferma l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), un organo statale (fa capo al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri) passato alle cronache come finanziatore di orge gay: il tema del bullismo è sempre inserito dall’UNAR all’interno della Strategia Nazionale LGBT.

Qualunque tipo di violenza si intenda con il termine bullismo occorre sempre premettere che “uno è troppo”. Tuttavia, diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»: sembra proprio che il bullismo sia un grimaldello per diffondere l’ideologia gender.

NOTE.

  1. In Italia non esiste una legge nazionale contro l’omofobia: la c.d. “Scalfarotto” fu bocciata in Parlamento nel 2013. L’esistenza in Italia del pericolo “omofobia” è tutto da dimostrare (https://www.uccronline.it/2014/04/09/i-dati-smentiscono-lomofobia/) anche perché non si considerano mai le statistiche relative alle sentenze, ma soltanto i presunti casi riportati dai giornali.
    Esistono però leggi regionali che, col pretesto del contrasto all’omofobia, sono gravemente liberticide (https://www.osservatoriogender.it/osservazioni-sul-progetto-di-legge-regionale-per-lemilia-romagna%E2%80%A8contro-lomotransnegativita-e-violenze-connesse/ ).
  2. Esistono però anche diverse norme di legge nel codice civile, penale e nella Costituzione che possono essere applicate ai casi di bullismo [Percosse (art. 581 del codice penale, abbreviato c.p.), lesioni (art. 582 del c.p.), danneggiamento alle cose (art. 635 del c.p.), ingiuria (art. 594 del c.p.), diffamazione (art. 595 del c.p.), molestia o disturbo alle persone (art. 660 del c.p.), minaccia (art. 612 c.p.), atti persecutori – stalking (art. 612 bis del c.p.) e sostituzione di persona (art. 494 del c.p.)].

fonte: https://www.osservatoriogender.it/bullismo-grimaldello-per-il-gender/

Gay pride all’asilo: la battaglia continua

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Casalecchio, la Lega accusa: “Hanno parlato di gender a bimbi”

L’ideologia gender propagandata ai bambini senza che le famiglie ne sapessero nulla. La Lega, attraverso un’interrogazione in consiglio regionale, incalzato i responsabili regionali su quanto accaduto, a luglio scorso, in un centro estivo di Casalecchio (vedere: https://www.osservatoriogender.it/bologna-a-scuola-di-gay-pride/ ).

Per una volta non solo parole: qualcuno difende la famiglia.
Avviato il 2° passaggio in Regione, segnalando numerose violazioni alle norme.
Si va verso il commissariamento dell’amministrazione comunale socialista?

E anche “Grazia” spaccia gender a gogo’

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Allosessuale: il dizionario della “Sexual fluidity” si arricchisce

Il settimanale femminile della Mondadori contribuisce allo tsunami antropologico che devasta l’identità occidentale e cristiana.

Ogni giorno che passa scopriamo nuovi termini che vanno ad “aggiornare” il dizionario LGBTQ ecc…

Qual è l’ultima chicca? Il nuovo termine “allosexual”.

Come riportato a caratteri cubitali dal giornale online Grazia, si tratta “di un nuovo termine che dovete assolutamente conoscere.”

Come spiega anche  Rena McDaniel, specialista con tanto di titolo di studio in consulenza per l’identità di genere e sessuale:

Allosexual è una parola che sta emergendo dalle comunità asexual per descrivere chi non è sessuato

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Pisa: il gender dentro a “oltre i bullismi”

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Nel mirino dell’Osservatorio per le politiche della Famiglia di Pisa c’è l’iniziativa “Oltre… i bullismi” del liceo Dini


L’Osservatorio, Associazione di Promozione Sociale
nata a Cascina con il sostegno dell’amministrazione leghista, lamenta di esser stato tradito proprio dal Ministero dell’Istruzione.

PISA — Non usa mezze parole Valerio Lago, presidente dell’Associazione di promozione sociale “Osservatorio per le politiche della famiglia”, per stigmatizzare il sostegno dato dal Miur, ora diretto da Marco Bussetti proposto dalla Lega, al liceo Ulisse Dini per l’iniziativa “Oltre… i bullismi”.

“Il ‘Governo del Cambiamento’ non cambia linea sull’indottrinamento scolastico – scrive Lago – Promesse elettorali? giuramenti di fedeltà agli ideali cattolici? foto di rito? Quando però si tratta di passare dalle parole ai fatti il nuovo Ministro dell’ Istruzione conferma in pieno la linea dettata dalla potente ed elitaria lobby LGBT.

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“Ci vogliono più asili nido!”, ma è proprio vero?

1 CommentoFamiglia

Nel dibattito pubblico si possono constatare degli assunti da tutti asseriti senza bisogno alcuno di fornirne ragione, delle “verità” che nessuno osa contestare e che mettono magicamente d’accordo tutti. Una di queste è: “Servono più asili nido!”.

Ogni qualvolta si affrontino tematiche attinenti la maternità, il welfare per le famiglie, la questione demografica, etc. non c’è politico, giornalista, opinionista che non si trovi d’accordo nel sentenziare “Servono più asili nido!”.

Il più laicista dei radicali e il navigato democristiano, la femminista marxisteggiante e l’ex missino passando per ogni altra declinazione del vasto spettro ideologico sono tutti perfettamente concordi sul punto: “Servono più asili nido!” Chi li vorrà pubblici e gratuiti, chi espressione della libera iniziativa privata, chi per “liberare” le donne e chi per favorire la natalità ma tutti sicuri e convinti che “Servono più asili nido!”.

Così quando mi è capitato tra le mani il volumetto “Contro gli asili nido. Politiche di conciliazione e libertà di educazione”, essendo per natura un bastiancontrario, non ho saputo resistere e me lo sono letto d’un fiato. Il libro è agile, 82 pagine in tutto, edito da Rubettino nel 2009. Autore non è un pericoloso reazionario magari appartenente a qualche gruppetto tradizionalista, non è neppure un Amish dell’Ohio (curiosamente tradotto in italiano) ma una  giornalista de Il Sole 24 ore, sposata con due figli, Paola Liberace. E, come non bastasse, il volume è prefato dall’onorevole Valentina Aprea di Forza Italia, insegnante, dirigente scolastico e allora Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati.

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E’ la propaganda gender a far diventare omosessuali?

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Le mode e la scelta di «cambiare sesso», un nuovo studio mostra il legame

L’influenza sociale, la visione continua di immagini e video che illustrano la possibilità di «cambiare sesso», la crescita in contesti familiari in cui si rifiuta la morale naturale (innanzitutto la complementarità uomo-donna e l’unicità del matrimonio) sono tra le cause principali che influiscono sulla crescente confusione degli adolescenti rispetto alla propria identità sessuale. È quanto emerge da uno studio pubblicato lo scorso 16 agosto su Plos One, un giornale basato sulla peer-review («riesame dei pari»), e condotto dalla ricercatrice e medico statunitense Lisa Littman, che lavora come assistente universitaria in scienze sociali e comportamentali alla Brown University.

Lo studio mette in luce una realtà sempre più dimenticata, che è l’esatto opposto dell’ideologia secondo cui il sesso sarebbe un «costrutto culturale», anziché un dato biologico. Non sorprende perciò quanto avvenuto nei giorni successivi alla sua pubblicazione e gli attacchi delle associazioni Lgbt, che si sono appigliate pretestuosamente alla metodologia usata (pazienza se simili scrupoli metodologici manchino proprio negli studi condotti da attivisti o ricercatori vicini alla galassia arcobaleno). La Brown University, dopo le pressioni ricevute, ha eliminato dal proprio sito l’articolo che parlava dello studio della Littman, adducendo tra i motivi che le conclusioni della ricerca «potrebbero essere usate per screditare gli sforzi a sostegno dei giovani transgender e invalidare le prospettive dei membri della comunità transgender». Il resto del comunicato della Brown University è un insieme di contraddizioni, su tutte il fatto che le ricerche vanno dibattute con vigore «perché questo è il processo attraverso il quale alla fine avanza la conoscenza» (allora come si spiega la censura? Forse perché bisogna far avanzare un solo tipo di «conoscenza»?), e si piega perfettamente al frasario tipico della neolingua.

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