Aborto: il Governo d’Irlanda minaccia i vescovi

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I vescovi irlandesi: «Niente aborti negli ospedali cattolici». E il governo minaccia.

Quasi tutti hanno parlato sottovoce, riunciando a organizzare ogni forma di rivolta, permettendo così la vittoria al referendum pro aborto del 25/3/2018.
Sorridenti in
clergyman, forse si erano illusi, ancora una volta, come in tante parti del mondo, che fosse sufficiente “negoziare”, che bastasse “cedere per non perdere”.
Hanno “evitato contrapposizioni“… ma alla democrazia totalitaria questo non basta: lo Stato vuole tutto.

Gli ospedali cattolici continueranno a difendere la vita e dunque a non praticare aborti. È il messaggio lanciato dai vescovi irlandesi in un documento pubblicato a giugno, il Code of ethical standards for healthcare (Codice di standard etici per l’assistenza sanitaria, per ora reperibile solo nelle librerie Veritas), che a quanto pare è rimasto inosservato fino a un articolo del Times del 25 luglio, la cui redattrice è stata apertamente elogiata su Twitter dal ministro irlandese della Salute, l’abortista Simon Harris (una contraddizione in termini, visto il suo ruolo istituzionale).

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Vescovo scozzese: Humanae vitae più attuale che mai

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Ricorre oggi il 50° anniversario dell’Humanae Vitae (25 luglio 1968), l’enciclica del beato Paolo VI che in piena rivoluzione sessuale ribadì coraggiosamente e solennemente l’insegnamento bimillenario della Chiesa sul significato procreativo e unitivo dell’atto coniugale. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e a distanza di 50 anni – mentre sono in corso dei tentativi di ‘smontare’ l’enciclica da parte di teologi neopagani che vorrebbero appiattire la Chiesa sul mondo – si può tranquillamente affermare che i contenuti dell’Humanae Vitae si sono rivelati profetici, come ha ricordato in un’ampia intervista al National Catholic Register il vescovo scozzese di Paisley, John Keenan.

L’intervento di Keenan, che fa seguito a diversi altri dello stesso tenore come il recente appello (da leggere, in: http://www.iltimone.org/news-timone/lappello-dei-sacerdoti-americani-difesa-dellhumanae-vitae/) dei sacerdoti americani (nel momento in cui scriviamo le firme sono arrivate a 257) e prima ancora di circa 500 sacerdoti britannici, illustra bene perché l’enciclica di Paolo VI debba essere il punto di partenza per una «nuova catechesi», necessaria ad affermare la cultura della vita.

Secondo il vescovo, nominato alla guida della diocesi scozzese da papa Francesco nel 2014, «l’Humanae Vitae è oggi davvero più attuale che mai. Papa Paolo VI indirizzò l’Humanae Vitae non solo al clero e ai fedeli nella Chiesa, bensì a tutte le persone di buona volontà. Questo perché era convinto che il genere di questioni che sollevava e gli insegnamenti che trasmetteva fossero “fondati sulla legge naturale”, che faceva appello alla mente, all’esperienza e alla coscienza di ogni persona umana, di tutte le fedi e di nessuna».

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Mons. Crepaldi sull’assoluzione della farmacista

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L’obiezione di coscienza e i suoi fondamenti.
Nota dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi sulla sentenza di assoluzione della farmacista di Monfalcone

La stampa, anche nazionale, si è molto occupata della sentenza di assoluzione in appello della farmacista triestina, ma operante a Monfalcone, che si era rifiutata di vendere la cosiddetta pillola del giorno dopo (che può avere effetti abortivi) ad una coppia che ne aveva fatto richiesta nella farmacia ove lavorava.
Il fatto risale ormai a cinque anni fa. L’assoluzione era già arrivata in primo grado, ma la procura aveva fatto ricorso e siamo così arrivati a questa seconda sentenza di assoluzione.

Ho seguito questa vicenda, che aveva come protagonista principale una fedele della nostra diocesi, con grande partecipazione e vicinanza, nonché con ammirazione per la coerenza di vita e il coraggio della testimonianza da ella dimostrato.

Gran parte dei commenti è stata di soddisfazione, e giustamente. La dottoressa aveva fatto obiezione di coscienza circa la sua collaborazione ad una interruzione di gravidanza per via chimica, aveva rischiato sulla propria pelle e, come una moderna Antigone, aveva preferito obbedire alla legge degli dei piuttosto che a quella degli uomini.

L’evento è degno della massima attenzione anche per il suo contenuto, ossia il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza. A questo proposito l’occasione è propizia per fare qualche ulteriore riflessione.

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La guerra mondiale contro vita e famiglia… si può frenare!

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La Mexico City Policy, stabilita per la prima volta nel 1984 da Ronald Reagan e sempre sospesa dai presidenti democratici (cioè Clinton e Obama), funziona.

Tale norma, che impedisce di finanziare con fondi federali le organizzazioni non governative che praticano aborti all’estero o fanno propaganda per depenalizzare le legislazioni nazionali in materia, è stata reintrodotta nel gennaio 2017 con uno dei primissimi atti esecutivi di Donald Trump.

A confermare la sua efficacia sono proprio le lamentele degli abortisti, che la chiamano spregiativamente global gag rule (“legge bavaglio”) e martedì scorso, attraverso il Center for health and gender equity (Change), hanno pubblicato un rapporto di 115 pagine per dire in sostanza quanti danni la Mexico City Policy stia facendo alla “salute”, concetto che – è bene non dimenticarlo – nella visione abortista equivale a poter sopprimere, con l’avallo della legge, una vita umana innocente che aspetta solo di venire alla luce.

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Farmaco blocca-pubertà: via libera con il sì dei cattolici

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Nel 2013 l’ospedale Careggi di Firenze chiese il via libera per l’utilizzo di farmaci in grado d’inibire gli ormoni responsabili dello sviluppo della pubertà, sostenendo attraverso Mario Maggio, primario di Medicina della sessualità, che la disforia di genere (la percezione di trovarsi nel corpo di sesso sbagliato) che affliggeva certi bambini poteva essere curata così.

In poche parole bloccando lo sviluppo sessuale del suo corpo il piccolo avrebbe avuto più tempo per decidere se essere maschio o femmina.
Ovviamente si sollevò una polemica, soprattutto in casa cattolica, data la follia di curare un disturbo mentale, anziché cercandone le cause, avallandolo.

Un po’ come se, a chi si sentisse un gatto, accettassimo di mettere la coda.
Osservazioni che fino a cinque anni fa sembravano ancora ovvie, come ovvio è il fatto che in presenza di una dissociazione fra sesso biologico e identità percepita, il problema non è del corpo, ma della mente.

Oggi, però, pare non essere più certo neppure questo. Nemmeno in casa cattolica.

Sì perché il parere del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) in risposta alla richiesta dell’AIFA del 10 aprile scorso di utilizzare «la triptorelina per il trattamento di adolescenti affetti da disforia di genere (DG)», reso noto il 23 luglio, porta la firma di medici, genetisti, giuristi e filosofi cristiani come Bruno Dallapiccola del Bambin Gesù di Roma, Francesco D’Agostino, presidente dei Giuristi Cattolici, Lucio Romano, ex presidente di Scienza & Vita, Lucetta Scarrafia, editorialista dell’Osservatore Romano, Mariapia Garavaglia, ex ministro della Sanità, i filosofi Laura Palazzani e Antonio Da Re e l’economista Massimo Sargiacomo.
Con un solo parere contrario, quello di Assuntina Morresi, docente di Chimica-Fisica.

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L’assegno di divorzio come in una Società per azioni

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Di Tommaso Scandroglio. La Cassazione ha definitivamente sentenziato sull’assegno di divorzio tentando di trovare un punto di equilibrio tra “tenore di vita” e “autosufficienza” del coniuge economicamente più debole.
Si delinea sempre di più il matrimonio come un contratto che dà vita ad una SPA in cui ogni coniuge entra in società con i propri utili nella speranza che portino frutto.
Ma il divorzio rimane una piaga morale e sociale tanto drammatica quanto ormai perfettamente assimilata dalla coscienza collettiva.

In principio c’era il criterio del “tenore di vita” a fungere da paradigma per il calcolo del quantum dell’assegno divorzile. E dunque tu ex coniuge dovevi assicurare all’altro ex coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita sperimentato durante il rapporto matrimoniale.

Poi la Cassazione con la sentenza 11504/17 (Lamorgese sul caso Grilli) sposò un criterio opposto: laddove il richiedente fosse stato economicamente autosufficiente nulla poteva chiedere all’altro ex coniuge, anche se il suo attuale tenore di vita non poteva essere comparato con quello precedente. Dopo questa sentenza, la Cassazione tornò sul tema altre volte per limare i criteri utili a stabilire l’importo dell’assegno di divorzio.

L’ultima puntata si è svolta l’11 luglio scorso con la sentenza n. 18287, in cui la Cassazione ha tentato di trovare un punto di equilibrio tra “tenore di vita” e “autosufficienza” del coniuge economicamente più debole. A tal fine i criteri indicati sono plurimi e così diversificati da spingere gli stessi giudici a parlare di “criterio composito”. Vediamo quali sono questi criteri.

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Terapeutica o ricreazionale? L’inganno sulla cannabis

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I dati del World Drug Report 2018 dell’UNODC registrano che almeno 192 milioni di persone l’hanno consumata almeno una volta nell’ultimo anno. Un dato in crescita costante che va di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale. La preoccupazione dell’ufficio antidroga dell’Onu è legata alla contradditorietà degli usi: da un lato la cosiddetta cannabis terapeutica, una “bomba atomica” che non viene studiata dal punto di vista farmacologico e dall’altro l’uso ricreazionale, che sta sviluppando una potente lobby commerciale. Una contraddizione che gioca sull’ignoranza e su campagne ideologiche di liberalizzazione. 

-IL REPORT: DROGA A FIUMI, LA POLITICA HA FALLITO/1
-LA CAMPAGNA DELLA NUOVA BQ: IL POTERE DIVORA I GIOVANI

 

Per quanto riguarda la cannabis i dati del World Drug Report 2018 dell’UNODC registrano che almeno 192 milioni di persone l’hanno consumata almeno una volta nell’ultimo anno. Il dato è in crescita del 16% rispetto al decennio 2006-2016 e va di pari passo con l’aumento della popolazione nel mondo.

Un altro fattore di preoccupazione è rappresentato dalle liberalizzazioni di alcuni Paesi, come il Canada e l’Uruguay, dove è stata totalmente sdoganata. E qui si scopre che le campagne di liberalizzazione che sono fiorenti anche in Italia giocano su una contraddizione in atto che però non viene mai affrontata.

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Strangolata una neonata sopravvissuta ad aborto salino

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Abortista strangola neonata sopravvissuta ad aborto salino: “non vuole proprio smetterla di respirare!”

In un articolo di qualche tempo fa pubblicato da Sarah Terzo per LiveAction, è raccontata l’agghiacciante realtà delle cliniche abortive nei civilissimi Stati Uniti d’America.

Sotto gli occhi delle infermiere, un medico abortista si trova a confrontarsi con un’operazione “mal riuscita” su una donna al quinto mese di gravidanza.

Ma al quinto mese di gravidanza, un bambino nella pancia della mamma – sì, sei e rimarrai per sempre una mamma, anche se non lo vuoi – è già tutto formato, ha già sviluppato il senso del gusto e dell’udito.

E, se nasce al quinto mese, il bambino respira, prova dolore e piange (e se stai bene attento ti guarda mentre leggi questa frasetta e ti dice “perché, tu no invece?”)

Qui di seguito l’articolo in traduzione.

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Come la TV aiuta a sdoganare l’omosessualità

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Il Corriere svela l’azione della lobby LGBT nei massmedia.
Dal 2002 è stato capovolto il modo di percepire l’azione dell’ideologia omosessualista. Al punto da subire passivamente l’intolleranza e le violenze.
Disdire l’abbonamento è un messaggio forte, ma scrivere per protestare lo è ancora di più.

Viacom è un conglomerato di media statunitensi ed ha promosso un’indagine a livello mondiale sulla relazione tra omosessualità e media.
Una ricerca condotta su 100.000 persone provenienti da 77 paesi rivela: Ideologia gender e percezione dei gay: se una fiction vale più delle leggi (https://27esimaora.corriere.it/18_giugno_27/diritti-civili-percezione-gay-se-fiction-vale-piu-leggi-99b41ed6-7a49-11e8-b751-1a567fb9343a.shtml)

Ne è emerso che, tra chi non conosce una persona omosessuale, uno su quattro ha ammesso che i media e specialmente la TV hanno contribuito a far nascere in lui sentimenti positivi in merito all’omosessualità.
Tra chi invece conosce una persona omosessuale, il 51% sostiene il matrimonio omosessuale (dato italiano 68%) e concorda sul fatto che «i diritti dovrebbero essere applicati a tutti».
In Italia quest’ultimo giudizio è sposato dal 78% degli intervistati che conoscono una persona omosessuale o transessuale e dal 48% che non conoscono nessun omosessuale o transessuale.

Nonostante questi dati le lobby gay continuano a sostenere di essere discriminati nei media e nella società. Ovviamente è solo una tattica: continua a dipingersi come vittima per ricevere ingiusti privilegi.

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Cresciuta con due donne: «Noi i veri discriminati»

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Perché nessuno ascolta chi è cresciuto nella lobby Lgbt?
Millie Fontana domanda: «Ero omofoba quando mi chiedevo dove fosse mio padre? Ero razzista quando soffrivo? Non lascerò che chi si moblita per gli innocenti sia definito tale».
«È stato molto difficile per me formarmi un’identità stabile. La mia stabilità comportamentale ed emotiva ne ha sofferto molto»
«Io vedo l’intenzione di sbarazzarsi del genere umano»

Katy Faust si ricorda di quando, «pensando che questo era il modo per amare mia mamma e la sua “partner”, si diceva d’accordo con il cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso, finché crescendo «ho capito che potevo volere loro bene anche non essendo d’accordo circa il ruolo che la politica gioca nelle nostre vite. Se la legge sul matrimonio riguarda solo i sentimenti degli adulti, non c’è ragione di vietarlo…ma l’interesse del governo deve essere per i bambini». Perciò una legge a favore di queste unioni «è un’ingiustizia», ma non è stato facile ammetterlo a se stessa e davanti a sua madre. Faust soffriva per la mancanza della figura paterna ma non lo aveva mai rivelato prima «perché il mondo diceva che se non ero a favore del “matrimonio” gay significa che li [le persone con cui viveva] odiavo, è l’unica cosa che senti dire da una cultura che ti intimidisce per farti stare in silenzio».

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