Ru486, marketing della ”opzione precoce”

Minacce alla vita

Cesare Cavoni e Dario Sacchini Dario, La storia vera della pillola abortiva RU 486; Edizioni Cantagalli; Siena 2008; pp. 288, ISBN: 88-8272-317-8; Euro 21,00.
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LA VERA STORIA DELLA PILLOLA ABORTIVA RU 486 di Davide Cavoni e Dario Sacchini (Edizioni Cantagalli) nasce per svelare maggiori retroscena riguardo alle storie e agli intrecci intorno a questo farmaco.
In Italia, con l’eccezione dei quotidiani Il Foglio e Avvenire, era ed è impossibile far arrivare all’opinione pubblica un’informazione corretta e articolata sull’RU 486
Romano Guardini aveva sottolineato i pericoli derivanti da una concezione per cui “l’uomo è diventato incline a trattare i suoi simili come cose che cadono sotto la categoria dell’utilità”. In tutte le legislazioni la tutela della vita umana rappresenta il coronamento della proibizione di trattare l’uomo come “cosa”.

Di seguito alcuni stralci dell’introduzione: L’Ru 486 porta davanti agli occhi di tutti un elemento, peraltro poco o nulla rilevato, come una specie di lettera rubata, a nostro avviso terrificante: per la prima volta constatiamo la messa a punto di un farmaco il cui obiettivo non è di curare una malattia bensì di porre fine a una vita umana. O, meglio, sembrerebbe che la gravidanza venga annoverata, più o meno esplicitamente nel sentire comune, come una patologia, nella misura in cui una donna, non scegliendola, è costretta a subirla. L’aborto, allora, potrebbe configurarsi, secondo questa visione, come la liberazione da una malattia o, più propriamente, da un male di vivere. Un farmaco è, tuttavia, per definizione, un mezzo che viene utilizzato per lenire, se non per debellare, una malattia.

L’altra parola magica che si lega a questo concetto è ‘sperimentazione’. E, nel caso specifico dell’Ru 486, da decenni si sperimentano sulle donne farmaci tossici di cui non si conoscono o non si percepiscono fino in fondo i rischi a breve, medio e lungo termine. Di norma, si può agire così quando non vi siano ragionevoli alternative, quando cioè non usare una terapia sperimentale avrebbe come unica alternativa la morte della persona. Ma in questo caso – non trattandosi di malattia – il termine ‘sperimentale’ cade per definizione.

C’è un secondo elemento, anch’esso storico e inedito: a consentire ricerche e sperimentazioni, a decretare la necessità che occorresse investire su questa molecola, è stata l’azione tempestiva e anticipatrice dei mezzi di comunicazione. Senza la stampa, l’Ru 486 sarebbe rimasta nei cassetti dei ricercatori. Senza i media non avremmo assistito ad alcuna sperimentazione. Senza la stampa i governi (specie quello americano e quello francese) non sarebbero mai intervenuti nella vicenda. Senza i titoli a nove colonne, che andavano annunciando una rivoluzione farmacologica senza pari in seguito all’invenzione degli anticoncezionali, i ricercatori che posero mano all’Ru 486 non avrebbero probabilmente avuto credito per proseguire nelle proprie ricerche. Sono stati i media in generale, infatti – prima ancora che vi fossero evidenze scientifiche ragguardevoli, che si sapesse a cosa mirava la nuova pillola, e che gli stessi ricercatori si entusiasmassero per le proprie scoperte –, a proporre qual cosa che non conoscevano, e che nessuno conosceva, come una rivoluzione positiva della quale la società avrebbe avuto bisogno e presto avrebbe fruito. (…)
Una ragione ulteriore a fondamento della riflessione risiede nel panorama in certo modo sconsolante dei media, soprattutto italiani, che sui rischi legati agli effetti collaterali di questa sostanza hanno quasi sempre taciuto o tirato via. I media italiani avrebbero dovuto ricostruire la storia di questo farmaco, metterne in evidenza pregi e difetti e non sposare tesi precostituite senza, peraltro, degnarsi di vagliare appropriatamente una materia così complessa e delicata, riguardante non solo la salute delle donne ma anche i cambiamenti a cui la nostra società viene sottoposta attraverso il controllo della riproduzione umana. (…)

L’obiettivo dei sostenitori della Ru 486 è, ed è sempre stato, quello di introdurre un’alternativa all’aborto chirurgico. O almeno: questo è ciò che essi, per anni, hanno ripetuto in un’ossessiva litania ‘scientifica’ e in un’ampia e articolata opera di convincimento socio­politico- culturale. E questo è ciò che i media hanno sempre messo in evidenza: bisognava, cioè, sostituire l’aborto chirurgico svincolando la donna dalla costrizione di un potere medico di tipo paternalistico, nonché dalla crudezza e dalla pericolosità – così veniva detto – dell’aborto chirurgico stesso. L’auspicio di un’ampia rappresentanza di media, scienza e politica era di mettere le donne in condizione di poter scegliere. Ecco, il criterio della scelta aiuta a capire meglio la piega che la storia della Ru 486 ha preso nel corso del tempo. Scegliere cioè se, come e quando avere una gravidanza. Mai come in questo caso la parola planning («pianificazione») diventa calzante: pianificare la propria vita e decidere il momento in cui mettere al mondo un figlio.

In realtà l’obiettivo dei sostenitori dell’Ru 486 era ed è quello di demedicalizzare, togliere il più possibile dalla competenza e dall’influenza del medico l’aborto, per trasformarlo in un fatto del tutto privato e personale; magari senza più essere costretti a chiamarlo ‘aborto’, appunto, cioè senza più esprimere il concetto utilizzando la parola corrispondente, foriera solo di dolore e di tristezza, perché quell’esperienza veniva considerata sì un diritto, sì una scelta, ma talmente dura che il solo nominarla generava sgomento. Si capisce in questo senso la locuzione « the early option pill » («la pillola dell’opzione precoce») usata per propagandare la nuova metodica.