Marcia per la Vita: se non reagiamo immediatamente anche noi accetteremo l’aborto nel nono mese e l’infanticidio

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Virginia Coda Nunziante: “L’aborto è il sacrificio di sangue che il diavolo chiede alle società di oggi”

Il 18 maggio prossimo si svolgerà a Roma la consueta Marcia per la Vita, alla quale siamo tutti invitati a partecipare. A questo proposito, la giornalista Diane Montagna, di LifeSiteNews, ha intervistato Virginia Coda Nunziante quale principale organizzatrice dell’evento. Ecco l’intervista nella mia traduzione.  

LifeSite:  Virginia, lei ha parlato della Marcia annuale per la vita a Washington, DC come la “madre” di tutte le marce. Quanto è significativo per l’Europa e per l’Italia in particolare il ruolo degli Stati Uniti come faro di vita?

Coda Nunziante: L’esempio che ci arriva dagli Stati Uniti è davvero illuminante. Quello che la Marcia per la Vita ha raggiunto in più di 40 anni è sotto gli occhi di tutti: un’intera generazione di giovani sta diventando sempre più pro-vita e con il loro entusiasmo e determinazione il destino del Paese cambierà.
L’Europa, ma soprattutto l’Italia – che è il Paese con un tasso di natalità tra i più bassi – deve prendere ad esempio quanto accade all’estero, per rimettere il tema della vita al centro della politica e della politica pubblica, sia nella sua azione contro l’aborto che nella sua azione di promozione della natalità.

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Dopo Verona: il popolo della vita e chi pretende rappresentarlo

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Dopo dodici tranquilli e inoffensivi congressi tenuti in tutto il mondo, Brian Brown, presidente del World Congress of Families (WCF), non poteva certo immaginare il clima incendiario che ha circondato la 13esima edizione dell’evento, svoltasi a Verona dal 29 al 31 marzo 2019.

E’ a Verona – scrive Massimo Recalcati– che va in scena lo scontro politico tra le due anime del governo” (“La Repubblica, 31 marzo). Ed è vero. Le polemiche che si sono accese attorno al Convegno sono nate soprattutto dal desiderio della sinistra di allargare le divisioni che esistono tra i due movimenti della Lega e dei Cinque Stelle al governo. Certamente questo non era nelle intenzioni degli organizzatori, che avrebbero però dovuto prevedere le conseguenze della vistosa passerella politica inscenata nel congresso, a cui hanno partecipato professori, esperti, leader pro-life di valore che non hanno avuto però le luci della ribalta.

Al di là delle buone intenzioni, leggiamo poi con preoccupazione queste parole nel documento conclusivo del congresso:

Tra le richieste della Dichiarazione di Verona: il riconoscimento della perfetta umanità del concepito; la protezione da ogni ingiusta discriminazione dovuta all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute o all’orientamento sessuale; la tutela delle famiglie in difficoltà economiche, specie se numerose, e delle famiglie rifugiate; il contrasto all’inverno demografico, tramite leggi che incentivino la natalità” (Notizie Pro Vita 31 marzo).

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Continua in Italia la strage abortista

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Il ruolo crescente delle pillole “del giorno dopo”, spesso abortive: tra il 2015 e il 2017 le vendite sono praticamente raddoppiate.

Con leggero ritardo è stata presentata a Roma la relazione sull’attuazione della legge 194 che ogni anno, in una sorte di macabro rituale, il ministero della Salute porta all’attenzione del Parlamento italiano.

I dati definitivi del 2017 confermano il trend degli ultimi anni:

  • rimane costante il numero degli infanticidi prenatali legalizzati che si attesta intorno ad una cifra di poco inferiore alle 81.000 unità (l’intera popolazione di una media città italiana come Varese …) con una leggera flessione rispetto al 2016 (4,9 percento in meno), malgrado il generale calo delle nascite;
  • in costante crescita, invece, il numero degli aborti farmacologici, tanto che gli omicidi provocati dall’utilizzo della pillola Ru486 sono cresciuti del 5 percento in soli tre anni e nel 2017 hanno rappresentato il 17,8 percento del totale;
  • per quanto riguarda il ricorso alla contraccezione d’emergenza si registra un vero e proprio boom di vendite, in particolare della pillola del giorno dopo e di quella dei 5 giorni dopo (EllaOne), anche in considerazione del fatto che per acquistare tali prodotti cripto abortivi non vige più l’obbligo della prescrizione medica;
  • rimane stabile il dato sugli obiettori di coscienza e il ministero della Salute, basandosi su parametri di calcolo specifici come i carichi di lavoro settimanale per medico obiettore e la diffusione dei punti Ivg rispetto ai punti nascita, non rileva, purtroppo, particolari criticità nell’erogazione dei “servizi” di aborto.

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Ginecologi: l’aborto volontario si conferma mezzo di controllo delle nascite

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La tecnica per l’aborto tardivo, noto come aborto a nascita parziale

CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DEGLI ABORTI EUGENETICI

CRESCONO A DISMISURA LE CERTIFICAZIONI  URGENTI

ED IL NUMERO DEI DATI NON RILEVATI

L’ABORTO VOLONTARIO SI CONFERMA MEZZO DI CONTROLLO DELLE NASCITE

Analisi della relazione sull’applicazione della legge 194 relativa all’anno 2017
a cura dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici

 

ABORTI VOLONTARI TARDIVI (Eugenetici)

Il dato più rilevante della relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2017 è la costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che – nonostante la modesta riduzione del numero totale degli aborti (80.733 nel 2017 vs 84.926 nel 2016) – sono diventati 4.521 (5,6% di tutti gli aborti volontari, cioè 11,2 volte superiore allo 0,5% del 1981).
E’ il dato più rilevante perché è un indicatore molto attendibile – perché non può essere sostituito e nascosto da altre metodiche – della crescente, strisciante e perniciosa “cultura dello scarto”, utilitaristica e di chiusura della vita, che sempre di più si diffonde tra la nostra gente!
Cifra anche nel 2017 sicuramente sottostimata perché in 2.544 casi (3,2%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata: in Sardegna (22%), Puglia (12,8%), Liguria (8,8%) e Toscana (6,1%) la percentuale di dato non rilevato é nettamente superiore a quella nazionale (3,2%) e dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.

Nonostante le premesse metodologiche e le ripetute rassicurazioni sulla rilevazione dei dati, a proposito degli aborti oltre la 12^ settimana abbiamo tre dati differenti nella relazione: a pag. 3 il Ministro della Salute Grillo riferisce che sono 4.521, mentre nella tabella 19 e 20 abbiamo cifre inferiori, che ci inducono a pensare che manca la volontà di avere ed offrire i dati completi e certi dopo 40 anni di aborto volontario di stato.

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Aborto 2017: più pillole abortive che bambini

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Per la prima volta. In Italia più “contraccettivi d’emergenza” che bambini nati

Nella relazione 2017 al Parlamento sulla 194 c’è finalmente anche il dato sulle pillole “del giorno dopo” (abortive in quanto impediscono l’annidamento): un numero di confezioni che ha superato le nascite. E spiega anche il millantato calo degli aborti.

Le vendite delle pillole abortive “dei tre o cinque giorni dopo” – Norlevo ed EllaOne – sono quasi raddoppiate in pochi anni: nel 2014, ultimo anno in cui era richiesta la ricetta medica, le confezioni acquistate erano in tutto 298.458, salite a 560.081 nel 2017.
Nascosti i dati sulle minorenni, perchè svelerebbero che i programmi di educazione sessuale sono controproducenti.

Si tace anche sul fatto che il principio attivo di Ulipristal – in base alla delibera AIFA 08/2018 – provoca danni epatici.

Aumenta la percentuale degli aborti procurati dopo 90 giorni dal concepimento (c.d. aborti tardivi: 3,8% nel 2012 e 5,6% nel 2017).

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Bologna. La sifilide viene dalle Ausl?

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Crescono le attività di “educazione all’affettività” della Regione e – coincidenza? – si assiste a una pandemia di malattie veneree.

Una città nutrita con il “dio preservativo”, il Gay Pride e il Gender Bender, l’aborto facile, la pillola del giorno dopo… e la sifilide è aumentata del 400%.
Lo stesso fenomeno si riscontra negli altri capoluoghi emiliani a guida socialista: “aperti e moderni”.

La Regione esclude ogni riferimento all’astinenza, al sacrificio, al matrimonio, alla fedeltà, al rispetto della donna: “usa il preservativo e fai quel che vuoi”. La sodomia sarebbe normale: e naturalmente le prime vittime di questa “cultura” sono gli omosessuali.
Per chi ha figli a scuola: evitare ogni attività educativa fatta dalle Ausl a qualunque costo.

Malattie sessualmente trasmissibili in crescita a Bologna

La dermatologa del Sant’Orsola: “Al nostro centro si contano 300 nuovi casi all’anno“. La sifilide aumenta del 400%

da: https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/malattie-sessualmente-trasmissibili-1.4285541

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Bullismo, grimaldello per il gender?

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L’Arcigay di Trieste ha riproposto un corso di formazione gratuito dal titolo apparentemente neutrale: “A scuola per conoscerci”. Propagandato come finalizzato a «prevenire e contrastare il bullismo omofobico e transfobico nelle scuole medie e superiori», è tristemente noto per la diffusione dell’ideologia omosessualista e l’orientamento alla sessualità gay.
Tuttavia, l’ennesimo collegamento del bullismo all’omofobia (1) aiuta a portare alla luce una strategia che prevede l’introduzione dell’ideologia gender in modo nascosto e subdolo.

Le continue campagne della RAI per trovare casi di bullismo da presentare in programmi televisivi, possono far sorgere il dubbio che il fenomeno non sia così diffuso.
Perché c’è bisogno di una campagna RAI per trovare dei casi? Se ripensiamo alla nostra vita scolastica, quante volte ci è capitato di incontrare il bullismo? Probabilmente mai o, forse, non c’è chiarezza su cosa sia il bullismo.

Una definizione di bullismo ci viene da “Save the children”, la ONG internazionale che di tutto si occupa eccetto che di salvare i bambini uccisi con l’aborto: «È bullismo il comportamento che contiene tutti e tre questi elementi: a) Atti persecutori ricorrenti e ripetuti nel tempo che possono essere diretti (come, ad esempio, spinte, calci, etc.) oppure indiretti (come, ad esempio, esclusione dal gruppo, calunnie, prese in giro, etc.); b) luoghi fisici specifici (come la Scuola) oppure VIRTUALI (via computer on line); c) Presenza della vittima che subisce l’abuso e non riesce a reagire».

La legge conferma tale definizione? No, perché non esiste una legge contro il bullismo ma ne esiste una contro il cyberbullismo, la 71/2017.
Già la definizione di “Save the children” è lacunosa e generica: non è detto che “escludere dal gruppo” sia sempre deplorevole; a prender le botte potrebbe essere anche il bullo, non solo la vittima; un battibecco, una lite, una naturale scazzottata occasionale, anche tra minori, non sono necessariamente atti di bullismo.
In definitiva, mancando una definizione giuridica, la definizione di “Save the children” non ha alcun valore.

Non si capisce neanche cosa sia il cyberbullismo, perché la 71/2017 sembra comprendere qualsiasi cosa: «qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo» (art. 2).
Uno spettro così ampio (2) fa tornare il dubbio che si voglia ingigantire il fenomeno: l’unico discrimine riguarda i minori. E’ chiaro soltanto che è improprio usare il termine per qualificare l’aggressione a un docente o a un maggiorenne… ma ormai questo è ciò che fanno tutti i massmedia!

Ma allora su quali dati si è approvata la legge? Nelle audizioni precedenti l’approvazione della legge sul cyberbullismo nessuno è stato in grado di fornire dati accurati: si parla di “percepito”, di percentuali (Telefono Azzurro), mai numeri di denunce, di arresti e di sentenze definitive.
E’ esemplare la premessa fatta dalla dirigente dell’Ufficio studi, ricerche e attività internazionali – Dipartimento della giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia, Isabella Mastropasqua: «A partire da un dato più esperienziale che statistico abbiamo
percepito l’aumento dei reati».

I dati del Ministero dell’Interno? Non ci sono. Si attivano numeri verdi nei comuni, le attività di prevenzione sono infinite su tutta la Penisola, le esortazioni a “raccontate tutto e denunciate” sono persino ossessive, ma… l’ultimo report risale al 31/8/2014! Si tratta di un report molto significativo perché:
– i dati riportati possono riferirsi a bullismo ma anche ad altro
– il numero dei casi è irrisorio rispetto ad altri reati
– i reati di minori su minori calano anche del 50% (ad es. le percosse)
– il mancato aggiornamento potrebbe significare che la polizia abbia problemi ben più rilevanti.
La conferma viene dalle singole Prefetture: ad esempio, quella di Belluno conferma che «Il fenomeno del bullismo, anche in ambito scolastico, così come per la forma perpetrata attraverso il cyberbullismo, non assume connotati preoccupanti».

I dati Istat sul bullismo. In base alla definizione della legge 71/2017 sembra che tutto sia bullismo. E’ questa la critica che si può rivolgere anche a un’indagine ISTAT su un campione di ca. 25.000 studenti, la quale ha concluso che la metà degli intervistati è stata oggetto di «qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento».
Tuttavia, va rivelato che «La scelta metodologica è stata quella di non parlare genericamente di “prevaricazioni” o di “atti di bullismo”, ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti vessatori», tra i quali spiccano «parolacce, offese e prese in giro».
Risultato: tutti credono che la metà degli studenti sia vittima di bullismo, perché nessuno fa notare i criteri con cui questo numero è stato ricavato.

La tecnica dei “casi pietosi”. Come per l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto, sembra proprio che anche per il bullismo si stia utilizzando lo stratagemma dei “casi”. Allora vennero diffusi dai massmedia orripilanti casi di aborto clandestino; oggi il coro dei massmedia politicamente corretti – RAI in testa – ci propina questa nuova emergenza e calamità nazionale.
Ma a quale scopo?

Il legame tra bullismo e gender è previsto dalla legge 71/2017 all’articolo 3, quando istituisce un «tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, del quale fanno parte […] associazioni con comprovata esperienza nella promozione dei diritti dei minori e degli adolescenti e nelle tematiche di genere».

La lotta al bullismo è collegata alla strategia LGBT. Lo conferma l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), un organo statale (fa capo al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri) passato alle cronache come finanziatore di orge gay: il tema del bullismo è sempre inserito dall’UNAR all’interno della Strategia Nazionale LGBT.

Qualunque tipo di violenza si intenda con il termine bullismo occorre sempre premettere che “uno è troppo”. Tuttavia, diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»: sembra proprio che il bullismo sia un grimaldello per diffondere l’ideologia gender.

NOTE.

  1. In Italia non esiste una legge nazionale contro l’omofobia: la c.d. “Scalfarotto” fu bocciata in Parlamento nel 2013. L’esistenza in Italia del pericolo “omofobia” è tutto da dimostrare (https://www.uccronline.it/2014/04/09/i-dati-smentiscono-lomofobia/) anche perché non si considerano mai le statistiche relative alle sentenze, ma soltanto i presunti casi riportati dai giornali.
    Esistono però leggi regionali che, col pretesto del contrasto all’omofobia, sono gravemente liberticide (https://www.osservatoriogender.it/osservazioni-sul-progetto-di-legge-regionale-per-lemilia-romagna%E2%80%A8contro-lomotransnegativita-e-violenze-connesse/ ).
  2. Esistono però anche diverse norme di legge nel codice civile, penale e nella Costituzione che possono essere applicate ai casi di bullismo [Percosse (art. 581 del codice penale, abbreviato c.p.), lesioni (art. 582 del c.p.), danneggiamento alle cose (art. 635 del c.p.), ingiuria (art. 594 del c.p.), diffamazione (art. 595 del c.p.), molestia o disturbo alle persone (art. 660 del c.p.), minaccia (art. 612 c.p.), atti persecutori – stalking (art. 612 bis del c.p.) e sostituzione di persona (art. 494 del c.p.)].

fonte: https://www.osservatoriogender.it/bullismo-grimaldello-per-il-gender/

La guerra mondiale contro vita e famiglia… si può frenare!

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La Mexico City Policy, stabilita per la prima volta nel 1984 da Ronald Reagan e sempre sospesa dai presidenti democratici (cioè Clinton e Obama), funziona.

Tale norma, che impedisce di finanziare con fondi federali le organizzazioni non governative che praticano aborti all’estero o fanno propaganda per depenalizzare le legislazioni nazionali in materia, è stata reintrodotta nel gennaio 2017 con uno dei primissimi atti esecutivi di Donald Trump.

A confermare la sua efficacia sono proprio le lamentele degli abortisti, che la chiamano spregiativamente global gag rule (“legge bavaglio”) e martedì scorso, attraverso il Center for health and gender equity (Change), hanno pubblicato un rapporto di 115 pagine per dire in sostanza quanti danni la Mexico City Policy stia facendo alla “salute”, concetto che – è bene non dimenticarlo – nella visione abortista equivale a poter sopprimere, con l’avallo della legge, una vita umana innocente che aspetta solo di venire alla luce.

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Da delitto a diritto. Contro la legge 194

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Una carrellata di testimonianze su Youtube che ci raccontano perchè la legge 194, che ha introdotto l’aborto legale in Italia, è una legge intrinsecamente ingiusta da cui scaturiscono infiniti mali per il singolo e per la società intera: il ginecologo Leandro Aletti; Paola Bonzi del CAV Mangiagalli; lo psicologo Roberto Marchesini; il bioeticista Tommaso Scandroglio.
Oggi più che mai è necessaria una battaglia pre-politica e culturale che ha come obiettivo finale la sua completa abrogazione .

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LEGGE 194, UNA STRAGE CHE DURA DA 40 ANNI.

Ricorrono i 40 anni dall’entrata in vigore della legge 194, promulgata nel 1978 per introdurre l’aborto legale in Italia.
“E’ stata ed è un’autentica strage di innocenti: più di sei milioni di aborti ad oggi. La vera liberazione della donna è la liberazione dalla schiavitù dell’aborto. I tempi sono maturi: la legge 194 deve essere abolita subito”.

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Ci siamo: si marcia per la vita!

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Sabato 19 maggio, tutti a Roma
Piazza della Repubblica (Stazione Termini) ore 14:30

«A Roma marceremo per la vita contro l’aborto e L’eugenetica». Intervista a Virginia Coda Nunziante apparsa su La Verità


Virginia Coda Nunziante è la presidente della Marcia per la vita, il grande evento «pro life» che il prossimo 19 maggio animerà le strade di Roma. L’appuntamento è per le 14.30 in piazza della Repubblica, nella Capitale, e saranno in molti a presentarsi. Anche perché questa edizione del a marcia è particolarmente importante. «I temi centrali di quest’anno sono tre.

Tanto per cominciare, sono passati quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 194, con il suo bagaglio di quasi 6 milioni di bambini abortiti. Questo è il primo tema forte, vogliamo far aprire gli occhi ai cittadini su questa tragedia».

Proprio in vista della marcia, l’associazione Citizengo ha affisso alcuni manifesti contro l’aborto per le strade di Roma. E subito sono partiti gli appelli al sindaco Virginia Raggi per rimuoverli, come accaduto qualche mese fa.

«Sì, è già accaduto una volta. Anche in questo caso si sono scatenati subito i gruppi femministi, ed è probabile che il sindaco farà togliere anche questi manifesti. Sono cose che fanno riflettere sulla libertà di espressione che abbiamo oggi. Numeri alla mano, quel che sostiene Citizengo (ovvero che l’aborto è la principale causa di femminicidio nel mondo, ndr), è la pura verità. Ma viene negata la possibilità di far conoscere questa verità all’opinione pubblica. È la dittatura del pensiero unico. La marcia, però, non possono impedirci di farla, così manifesteremo nella pubblica piazza la nostra protesta, per mostrare a tutti fatti e numeri reali».

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