Eluana: dieci anni dopo l’Italia ha già digerito l’eutanasia?

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3.652. Sono i giorni passati da quel 9 febbraio 2009 in cui Eluana Englaro è stata uccisa. Dieci anni esatti.
La memoria collettiva ha cancellato molti aspetti di quella vicenda:

  • il padre di Eluana che per ben sei volte, ma senza successo, chiese ai giudici civili che la figlia potesse morire per fame e per sete;
  • la Corte di Cassazione che chiuse la vertenza giudiziaria lunga 17 anni e diede ordine di uccidere Eluana ricostruendo la sua volontà eutanasica tramite gli “stili di vita” della ragazza e considerando la morte come suo best interest;
  • le suore Misericordine della casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco che per anni avevano prestato assistenza amorevole ad Eluana, rifocillandola e idratandola in modo massiccio nell’ultimo suo giorno di degenza, prima che fosse trasferita ad Udine nella clinica La Quiete (nome omen), sapendo a quale morte avrebbe dovuto andare incontro;
  • il decreto “Salva Eluana” voluto dal governo Berlusconi, ma non firmato dal Presidente della Repubblica Napolitano;
  • ed infine la morte di Eluana in una stanza, così si mormora, in cui avevano alzato la temperatura per anticipare il suo decesso (in Parlamento si stava lavorando ancora ad un disegno di legge che potesse salvarla).

E da allora? Da quel giorno di dieci anni fa l’eutanasia, per paradosso, è viva e vegeta e gode di ottima salute. Da allora infatti abbiamo avuto

  • la legge belga sull’eutanasia infantile (clicca qui e qui);
  • un governo, quello canadese, che si sta muovendo nella stessa direzione (clicca qui);
  • l’Olanda, dove è legittima l’eutanasia sui minori ed anche su anziani non malati (clicca qui), che nel 2002 ha registrato 1.882 casi di eutanasia per arrivare a 6.585 nel 2017 (clicca qui);
  • le vicende di Charlie Gard, Alfie Evans, Isaiah Haastrup, piccoli pazienti inglesi uccisi perché non potevano migliorare e che hanno portato alla luce una pratica comune e diffusa in Inghilterra e non solo (clicca qui);
  • la pubblicazione di un articolo su rivista scientifica dei ricercatori Francesca Minerva e Alberto Giubilini favorevoli all’infanticidio (clicca qui), chiamato abort-post nascita, mettendo in evidenza che la specie morale tra aborto ed eutanasia è la medesima:
  • l’assassinio, come ben hanno compreso i Democratici USA i quali non solo stanno spingendo per l’aborto al nono mese, ma anche per l’aborto al decimo mese cioè quando il bambino è già nato;
  • il caso di DJ Fabo e quello connesso alla vicenda giudiziale del radicale Marco Cappato (clicca qui), la quale ha permesso di sollevare eccezione di incostituzionalità presso la Corte Costituzionale in merito al reato di aiuto al suicidio, reato che forse parzialmente verrà abrogato dal Parlamento (clicca qui) ;
  • la recente proposta di legge sull’eutanasia presentata dai Radicali (clicca qui).

In questo elenco necessariamente incompleto, un posto di (dis)onore merita la  Legge 22 dicembre 2017, n. 219, chiamata “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” (clicca qui). Questa legge permette l’eutanasia attiva ed omissiva sia su paziente cosciente che su persona non vigile e vieta l’obiezione di coscienza dei medici.
Se si esclude il fatto che non consente l’eutanasia tramite iniezione letale e l’aiuto al suicidio, possiamo dire che tale normativa è la legge più libertaria al mondo in tema di eutanasia.

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Eutanasia preventiva: l’abisso olandese

3 CommentiEutanasia

Accettata l’eutanasia ne consegue che il problema si sposta solo al quando.
In Olanda si sono inventati l’eutanasia preventiva.
A volte accade anche dopo una diagnosi di una malattia degenerativa, ancor prima dell’insorgenza piena.
Come la storia di Annie Zwijnenberg.

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In Olanda, terra di tulipani e di crisantemi, si sono inventati l’eutanasia preventiva. In realtà l’eutanasia è sempre preventiva, ossia si vuole evitare che il paziente soffra ponendo fine anzitempo alla sua esistenza.
Meglio prevenire che curare. Tradotto: meglio anticipare la morte che curare. E in questo caso la malattia si chiama vita e la cura è la morte.

Accettata l’eutanasia ne consegue che ora il problema si sposta solo al quando.
Detto in altri termini, posto che sia giusto uccidere una persona per non farla soffrire, sia fisicamente che psicologicamente, quando è giusto ucciderla?
Prima che soffra in modo indicibile, prima che inizi a soffrire anche in modo sopportabile, prima che perda la coscienza di sé, la propria lucidità?
La domanda in Olanda se la sono posta, soprattutto in merito a quest’ultimo aspetto. Infatti nei Paesi Bassi per accedere all’eutanasia occorre che la decisione del paziente sia pienamente libera, che vi sia presente una condizione di “sofferenza insopportabile senza prospettiva di miglioramento” oppure che si preveda che tale diventerà (requisito, quello riguardante l’impossibilità di miglioramento, che interessa tutti i mortali) e che non esiste “alcuna alternativa ragionevole” (anche questo requisito è presente nella esistenza di tutti noi perché la morte è per ognuno di noi inevitabile).

Soffermiamoci sul primo aspetto: la libera decisione di farla finita. E se il paziente non è più presente a se stesso perché ad esempio è affetto da una patologia neurodegenerativa? In punta di diritto il suo consenso non sarebbe valido (ma il pragmatismo olandese spesso pone efficacemente rimedio alle rigidità legali). E dunque bisogna agire per tempo.

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Manifesto interreligioso o errore sul fine vita?

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Il 5 febbraio è stato sottoscritto da molte realtà religiose, cattoliche e non, il «Manifesto interreligioso dei diritti nei percorsi di fine vita», che ha il grande limite di non vietare esplicitamente l’eutanasia, pratica che non è mai rispettosa della dignità personale. Un secondo aspetto molto problematico di questo documento è il modo fuorviante in cui viene intesa la libertà religiosa.

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Si chiama «Manifesto interreligioso dei diritti nei percorsi di fine vita» ed è stato elaborato da un gruppo promotore costituito dall’ASL Roma 1, dal Gemelli Medical Center dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dal Tavolo interreligioso di Roma. Il Manifesto è stato sottoscritto il 5 febbraio da molte realtà religiose, cattoliche e non. Un manifesto che quindi trova concordi cristiani, ortodossi, protestanti, buddisti, islamici, ebrei, induisti.

Il Manifesto si sostanzia in nove diritti: diritto di disporre del tempo residuo; diritto al rispetto della propria religione; diritto a servizi orientati al rispetto della sfera religiosa, spirituale e culturale; diritto alla presenza del referente religioso o assistente spirituale; diritto all’assistenza di un mediatore interculturale; diritto a ricevere assistenza spirituale anche da parte di referenti di altre fedi; diritto al sostegno spirituale e al supporto relazionale per sé e per i propri familiari; diritto al rispetto delle pratiche pre e post mortem; diritto al rispetto reciproco. Ogni diritto trova nel documento una sua spiegazione più dettagliata.

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