L’eutanasia dei due coniugi: i sentimenti c’entrano poco

Eutanasia

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La coppia di anziani triestini che ha chiesto l’eutanasia in Svizzera sosteneva l’Associazione radicale Luca Coscioni.
Nella loro scelta la riduzione della persona alla dimensione fisica-psichica e alle sue funzioni.
Ma la preziosità dell’uomo riposa soprattutto nell’anima non soggetta a corruzioni, perciò le condizioni di vita non mutano la sua dignità.
Egli vale per ciò che è, non per come è o per cosa fa.

“Forte come la morte è l’amore”, recita il Cantico dei Cantici. Il nodo che lega amore e morte, spesso nella sua declinazione di eros e thanatos, è un topos culturale che è addirittura antecedente alla parola scritta, nato quindi nella tradizione orale.

Non stupisce allora che per narrare il doppio suicidio di una coppia di coniugi si usi il prisma del binomio amore-morte. Il Piccolo, quotidiano di Trieste, dedica la prima pagina e poi due paginate all’interno per raccontare la triste vicenda dei coniugi Arrigo Crisciani, di 81 anni, e Monika Schnell, di 77.

Una delle tre figlie spiega che il padre, cieco da un occhio a seguito di un incidente domestico, da anni pativa una insufficienza renale e le conseguenze di un infarto (viveva con cinque bypass). Inoltre era iperteso e soffriva di un’artrosi diffusa. Il signor Arrigo aveva rifiutato la dialisi perché la considerava un accanimento terapeutico. La moglie, come racconta una figlia, soffriva di fibrillazione atriale, aveva un’artrosi all’anca e un braccio offeso. L’insonnia la perseguitava.

Lui era stanco di vivere: «Papà soffriva molto per la perdita della sua dignità personale». La consorte, sempre secondo il resoconto delle figlie, non avrebbe mai accettato l’idea di vivere da sola. I coniugi sostenevano l’Associazione radicale Luca Coscioni ed erano iscritti da anni all’associazione italiana pro eutanasia Exit. La coppia, innanzitutto, si era informata sulla possibilità di accedere al suicidio assistito qui in Italia. Fu loro fatto presente che non sarebbe stato possibile perché, stante la pronuncia della Corte costituzionale che aveva aperto a tale pratica, mancava ancora una legge. Ecco allora la decisione di andare in Svizzera, ma non in una clinica bensì in un appartamento affittato dalla Pegasos Swiss Association, associazione che organizza suicidi assistiti in Svizzera a scopo di lucro. La dipartita ai coniugi Crisciani sarebbe costata 10mila euro a testa.

E così i due coniugi e le tre figlie partono alla volta della Svizzera. Lì, distesi in un letto di quell’appartamento, il 24 febbraio scorso, mano nella mano e ascoltando Frank Sinatra i due varcano una soglia da cui non si può far più ritorno, mentre le figlie aspettano in un’altra stanza che tutto sia compiuto.

Come accennato, la narrazione che viene proposta da Il Piccolo ondeggia tra lo struggente e i toni pastello, ma sulle questioni di morale, l’ultima parola spetta alla ragione, che sarà pur fredda nei modi, ma ci vede molto meglio dei sentimenti. Non vogliamo qui certamente sindacare la responsabilità della anziana coppia triestina – lasciamo ogni giudizio a Dio –  bensì prendere a prestito la loro vicenda – assai simile a molte altre, ma dissimile per la peculiarità del doppio suicidio coniugale – per individuare una proprietà fondante della pratica dell’eutanasia, che questa volta si è declinata secondo la modalità dell’aiuto al suicidio.

Sia i sostenitori dell’eutanasia che i detrattori di questa quando vengono alle mani partono comunque da un fatto da entrambi condiviso: una condizione di imperfezione della persona, sia fisica o psicologica che funzionale. Nella vicenda appena narrata vi sono tutte e tre queste imperfezioni: le patologie fisiche dei coniugi, la difficoltà nel compiere alcune azioni, il disagio psicologico del marito in relazione alle proprie condizioni di salute, la sofferenza della moglie nel vedere il marito così prostrato. E questi sono fatti.

Dal fatto poi passiamo ad un primo giudizio che sia i pro-choice che i pro-life dovrebbero, anche in questo caso, condividere. Oggettivamente la qualità della vita dei due coniugi, a motivo delle imperfezioni prima indicate, si è depauperata. Appare evidente e incontrovertibile che avere dei reni che funzionano è meglio che avere dei reni che non funzionano bene, che non essere in ansia per le condizioni di salute del proprio marito è meglio che essere in ansia e così via. E fin qui, nulla da obiettare.

Poi arriviamo ad uno spartiacque dato ancora una volta da un fatto che introduciamo con una domanda: chi è l’uomo? Ossia, come è fatto? Per buona parte dei pro-choice la persona umana è solo il suo corpo (termine comprensivo dei fenomeni psichici). Da questo fatto deriva una seria conseguenza: se noi siamo solo il nostro corpo, ciò significa che la nostra dignità, ossia il nostro valore, coincide con il valore del corpo, nelle sue espressioni fisiologiche, psicologiche e funzionali. Diminuendo il valore corporale, diminuisce la dignità personale. E dunque per non pochi filo-eutanasici la qualità della vita coincide con la dignità della persona. Squalificandosi l’esistenza si squalifica la dignità personale, corrodendosi le perfezioni che impreziosiscono la nostra vita si corrode l’intima preziosità della persona, perdendo per strada salute e capacità varie si perde per strada anche la propria umanità. Questo accade per un errore gnoseologico-antropologico: si riduce la persona alla sua dimensione fisica-psichica e alle sue funzioni. Si chiama riduzionismo empirico. Se il corpo è menomato, sia nel suo profilo fisiologico che in quello attitudinale, è l’Io ad essere menomato.

Da qui poi subentra un giudizio: continuare a vivere è scelta proporzionale, consona a un tale grado di dignità personale non più eccellente? La decisione spetta – a seconda delle varie teorie – al diretto interessato (è la vicenda qui raccontata) oppure a terzi: i giudici, i medici (vedi i casi di Charlie Gard, Alfie Evans e molti altri), i parenti (vedi caso di Terri Schiavo). Raffaella, la figlia della coppia di Trieste, ha dichiarato a Il Piccolo: «hanno scelto una fine dignitosa». Ciò a dirsi che la scelta di continuare a vivere sarebbe stata incompatibile con quella qualità della vita ormai depauperata ed invece la scelta di suicidarsi sarebbe stata compatibile, degna di quel particolare stato psico-fisico.

C’è poi un’altra sottile variante di questo paradigma eutanasico che potremmo chiamare: “persona sempre degna, vita non sempre degna”. La dignità personale – declinata come valore della coscienza, dell’Io, della mente distinti dal corpo – rimane sempre elevatissima, ma nel caso in cui la esistenza fosse intaccata da patologie e sofferenze ecco che l’esistenza sarebbe incompatibile con un tale grado eccellente di dignità personale. Da qui la decisione di togliersi da una vita non più ugualmente eccellente.

Il discrimen tra posizione eutanasica e posizione contraria all’eutanasia si situa, prima che sul piano valutativo (è giusto continuare a vivere in queste condizioni?), sul piano gnoseologico: conoscere come è fatto realmente l’uomo. Se questi è solo il suo corpo, nell’accezione prima indicata, allora hanno ragione i filo-eutanasici, ha ragione la coppia triestina: continuare a vivere non sarebbe stata scelta ragionevole di fronte ad una dignità personale ormai scemata. Se invece oltre al corpo c’è di più, allora la loro decisione è sindacabile. Si comprende bene che l’aspetto discriminante non si situa prima di tutto sul giudizio dell’atto del suicidio, bensì sul riconoscimento del valore della persona umana che è un fatto. È da tale riconoscimento che dipende il giudizio morale sul suicidio, così come su qualsiasi altro atto. In soldoni: se tu ormai vali poco, il suicidio non sarà atto così riprovevole.

E dunque come stanno le cose? Siamo solo occhi, reni e sentimenti? La persona umana è sinolo, ossia unione strettissima, di un principio materiale – il corpo umano – e un principio immateriale – l’anima, realtà  di cui si occupano non solo le religioni ma anche le filosofie e  la cui esistenza può essere provata razionalmente (vedasi a tal proposito la voce curata da Giacomo Samek Lodovici nel Dizionario elementare di apologetica). La preziosità della persona, ossia la sua dignità, riposa soprattutto nell’anima razionale che informa il corpo. E tale anima, dato che è realtà immateriale, non è soggetta a corruzioni: dunque non si ammala, non si guasta, non perde capacità. In una parola non può squalificarsi, ma rimane sempre intatta nel suo grado elevatissimo di preziosità, anche se i tuoi reni non funzionassero più bene, anche se tu fossi cieco da un occhio, anche se soffrissi terribilmente a vedere tuo marito così prostrato. In breve le condizioni di vita non mutano la dignità della persona. L’uomo vale per ciò che è, non per come è o per cosa fa.

Se dunque l’intima preziosità di una persona è sempre elevatissima – a motivo della natura razionale dell’anima che informa il corpo – e se non può mai scemare – perché la razionalità dell’anima mai può assottigliarsi né cambiare natura – ne consegue che la vita vale sempre la pena di essere vissuta e che l’atto di togliersi la vita non è mai atto consono alla dignità personale, cioè non è mai atto adeguato, proporzionale alla preziosità della persona, anche nel caso di una esistenza ormai non più di prima qualità. Sarebbe come distruggere un Van Gogh perché conservato in una umida stalla, perché appunto collocato in una condizione ambientale non consona al suo valore. Ma anche se il luogo non è il più adatto al valore di un Van Gogh – così come la sofferenza e le malattie non si addicono alla preziosità dell’uomo (infatti Dio, nel suo piano originale, ci ha creati sani e felici) – ciò non intacca minimamente il valore del dipinto che deve essere rispettato. Per paradosso – e così rispondiamo anche alla teoria “Persona sempre degna, vita non sempre degna” – aggiungeremmo ad una condizione indegna alla persona un atto sempre indegno alla persona. Vorremmo far fronte ad una condizione indegna scegliendo un’azione altrettanto indegna, se non ancor più indegna.

Ecco allora che dietro a quella scelta tragica, tragicissima della coppia triestina, si agitano, prima che sentimenti, emozioni e stati d’animo dei più diversi – i genitori hanno chiesto alle figlie di non celebrare funerali, bensì di elevare in alto i calici –  si agitano vere e proprie filosofie di vita. O di morte.

Tommaso Scandroglio, per https://lanuovabq.it/it/leutanasia-dei-due-coniugi-i-sentimenti-centrano-poco

Un commento su “1”

  1. Che tristezza, la scelta deve sempre essere a favore della vita che ha sempre la sua dignità, il santo papà Giovanni Paolo II ce lo ha dimostrato con la sua disabilità, ha dato significato che la persona non è solo corpo, anzi il corpo è la parte fisica mortale ma elemento inscindibile dalla dignità della persona. Non giudico perché solo Dio ha il giusto giudizio, ma avrebbero dovuto essere aiutati.

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