Aborto o omicidio? Il cieco travaglio della Cassazione

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I giudici hanno attribuito la qualifica di soggetto di diritto in maniera arbitraria. Porre sotto l’egida della mera convenzione lo stabilire quando diventiamo persone e quando cessiamo di esserlo provoca enormi rischi per tutti noi.  Ma se il feto è persona durante il parto, allora perché non usare la sentenza della Cassazione a favore della vita?

 

La Cassazione il 30 gennaio scorso si è pronunciata su un caso di decesso di un bambino durante il parto. La sentenza n. 27539 è stata depositata il 20 giugno scorso ed è illuminante per comprendere come per la legge italiana e i giudici, l’attribuzione ad un essere umano della qualifica di soggetto di diritto, cioè di persona, sia assolutamente arbitraria perché meramente convenzionale.

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La Cassazione scopre l’acqua calda: il feto è persona… o no?

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Preoccupante sentenza della Cassazione, secondo la quale «il nascente vivo non è più feto né in senso biologico né in senso giuridico, bensì una persona».

Nel frattempo, la Corte Costituzionale sembra abbia ribadito il no alla fecondazione artificiale eterologa per coppie lesbiche.
Tutti attendono di conoscere le motivazioni della sentenza per sapere se davvero un figlio debba avere genitori di sesso differente: evitiamo trionfalismi prematuri.
Non dimentichiamo che la famigerata legge 40 è stata smantellata pezzo per pezzo già da 5 minuti dopo la sua approvazione.

Dunque, in entrambi i casi, potrebbe trattarsi di davvero poca cosa: se non ci alziamo tutti in piedi e facciamo propaganda serviranno anni prima di capire che il bambino è persona fin dal concepimento.

Ecco, intanto, l’informazione sul “nascente che è un essere vivo” (!!!) dal Sole 24 Ore.

Rocchi: il Parlamento rifiuti l’intimazione che permetterà di uccidere la nonna

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Riportiamo l’intervento che il Magistrato Giacomo Rocchi
ha tenuto alla Marcia per la Vita del 18 maggio 2019 a Roma

Sono passati dieci anni dall’ingiusta uccisione di Eluana Englaro.
In questi dieci anni l’odio verso i soggetti deboli e imperfetti si è scatenato in tutto il mondo e abbiamo assistito con sgomento a bambini lasciati morire – fatti morire! – in nome della loro qualità della vita che avrebbe reso ogni terapia futile, neonati malati o disabili selezionati dal Protocollo di Groningen, uccisioni di anziani o di persone in stato di demenza, suicidi assistiti di persone depresse o di ragazzini, teorizzazione esplicita della necessità di non prestare terapie oltre una certa età. Il mondo prolife ha combattuto e combatte in tutto il mondo, anche in questi giorni in Francia, ma i nemici della vita sono potenti e crudeli.

In questa situazione, la Corte Costituzionale italiana ha intimato al Parlamento di scrivere una norma che permetta, in certi casi, di somministrare un farmaco atto a provocare la morte del paziente. Anzi: non “permetta”, ma obblighi i medici a farlo, cioè a comportarsi nello stesso modo in cui, in certi Stati, agiscono coloro che eseguono le condanne a morte.

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Eutanasia d’obbligo, ecco il futuro che ci preparano

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Il bioeticista Tommaso Scandroglio intervista il giudice Giacomo Rocchi sui temi del libro recentemente edito.

«Ciò che ci differenzia dalla Francia è che oltralpe si muore per decisione diretta dei medici. E’ quello che ci attende con l’intimazione della Corte Costituzionale per una norma che stabilisca che il medico possa uccidere direttamente». Che fare? «L’unica strada è modificare la Costituzione e spazzare via le cattive sentenze». 

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C’è una tematica in bioetica che probabilmente in futuro non troppo remoto ci riguarderà tutti da vicino, volenti o nolenti. Si tratta dell’eutanasia. Se aborto, fecondazione artificiale e contraccezione potrebbero anche non interessarci direttamente perché le rifiutiamo in radice, ecco che per l’eutanasia le cose potrebbero andare diversamente e un domani molti di noi, anche obtorto collo, potrebbero finire anzitempo sottoterra con il beneplacito della legge.

Questo scenario appare plausibile se poniamo mente ad alcuni casi di cronaca, quali quelli che hanno interessato Eluana Englaro e i piccoli Charlie Gard ed Alfie Evans, e se andiamo ad analizzare il contenuto della legge sulle Dat n. 219 del 2017 e dei differenti disegni di legge, attualmente al vaglio del Parlamento, che vogliono rendere ancor più facile la diffusione delle pratiche eutanasiche nel nostro Paese. E cronaca e diritto sono i due ambiti indagati dal magistrato della Corte di Cassazione Giacomo Rocchi nel suo ultimo libro Licenza di uccidere. La legalizzazione dell’eutanasia in Italia. Un agile libretto, perfetto per comprendere cosa sia successo in Italia in merito alle tematiche di fine vita e soprattutto per capire dove stiamo andando: un validissimo sussidio per formarsi e per essere in grado di argomentare con amici, parenti e colleghi su tematiche complesse. Rocchi, come al suo solito, con competenza e profondità, unite a grandi capacità divulgative, disegna con chiarezza uno scenario inquietante che chiama ciascuno di noi a scendere in campo e non a rimanere passivi. La Nuova BQ l’ha intervistato.

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Marcia per la Vita 2019: il discorso finale di Virginia Coda Nunziante

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Cari amici,
Ringrazio tutti per lo straordinario spettacolo che oggi ci offrite.

La Marcia per la Vita cresce. Cresce nel numero: vogliamo sottrarci al balletto delle cifre, ma siamo molti di più degli anni precedenti.

Cresce come impatto nazionale e internazionale, come è evidente dai videomessaggi che abbiamo ricevuti: la più grande emittente cattolica americana sta ritrasmettendo in tutti il mondo la nostra marcia.

Ma ciò che soprattutto cresce è la nostra consapevolezza di combattere una grande battaglia morale e civile, è la nostra determinazione a non retrocedere, a non accettare compromessi, perché non sono possibili compromessi sulla vita umana innocente. Non si può accettare che nemmeno un bambino sia sottratto con la violenza al grembo della madre. E si sottoscrive questo delitto quando si accetta una legge che prevede l’aborto.

Questa legge noi la vogliamo abrogare. E’ evidente che l’obiettivo richiederà del tempo ma intanto iniziamo con lo smontare pezzo per pezzo la legge.

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Marcia per la Vita: se non reagiamo immediatamente anche noi accetteremo l’aborto nel nono mese e l’infanticidio

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Virginia Coda Nunziante: “L’aborto è il sacrificio di sangue che il diavolo chiede alle società di oggi”

Il 18 maggio prossimo si svolgerà a Roma la consueta Marcia per la Vita, alla quale siamo tutti invitati a partecipare. A questo proposito, la giornalista Diane Montagna, di LifeSiteNews, ha intervistato Virginia Coda Nunziante quale principale organizzatrice dell’evento. Ecco l’intervista nella mia traduzione.  

LifeSite:  Virginia, lei ha parlato della Marcia annuale per la vita a Washington, DC come la “madre” di tutte le marce. Quanto è significativo per l’Europa e per l’Italia in particolare il ruolo degli Stati Uniti come faro di vita?

Coda Nunziante: L’esempio che ci arriva dagli Stati Uniti è davvero illuminante. Quello che la Marcia per la Vita ha raggiunto in più di 40 anni è sotto gli occhi di tutti: un’intera generazione di giovani sta diventando sempre più pro-vita e con il loro entusiasmo e determinazione il destino del Paese cambierà.
L’Europa, ma soprattutto l’Italia – che è il Paese con un tasso di natalità tra i più bassi – deve prendere ad esempio quanto accade all’estero, per rimettere il tema della vita al centro della politica e della politica pubblica, sia nella sua azione contro l’aborto che nella sua azione di promozione della natalità.

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Marcia per la Vita: «eliminare i finanziamenti pubblici alla legge sull’aborto»

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«Chiediamo alla politica e alla società civile di tutelare la vita, senza compromessi e di metterla di nuovo al centro del dibattito pubblico». Ecco gli obiettivi della Marcia per la Vita, che si svolgerà a Roma il prossimo 18 maggio: questo ha dichiarato la presidente dell’evento Virginia Coda Nunziante. Nel breve colloquio la Nunziante ha sottolineato che alla politica sarà chiesto inoltre di «eliminare i finanziamenti pubblici alla legge sull’aborto».

Quali saranno i focus principali della Marcia di quest’anno?

«Come sempre la Marcia si concentrerà sul titolo “Per la Vita senza compromessi” che è la linea guida principale del nostro evento. Quest’anno i focus saranno il tema dell’aborto – in particolare ricorderemo i 41 anni della legge sull’aborto in Italia – e poi ci concentreremo anche sul tema del fine vita e quindi dell’eutanasia. Il nostro parlamento, infatti, sta discutendo una legge proprio sull’eutanasia, che andrebbe a peggiorare ulteriormente l’attuale legislazione».

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Marcia per la Vita, obiettivo: smantellare la Legge 194

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Nessun approccio «minimalista e fallimentare»: abrogare la legge 194 iniziando dal suo finanziamento pubblico, perché «utilizzare i soldi degli italiani per uccidere i nostri bambini è un’ingiustizia tremenda». Questo è quanto chiederà alla politica la Marcia nazionale per la Vita, il più grande evento pro-life che il prossimo 18 maggio riempirà il centro di Roma con numeri mai avuti prima. Parla Virginia Coda Nunziante, portavoce della Marcia.

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Il 18 maggio si svolgerà a Roma la IX edizione della Marcia per la Vita. Quali sono le novità di quest’anno?
Più che novità sottolineerei la continuità del nostro percorso. Siamo ormai giunti alla IX edizione e la Marcia è ormai consolidata sul piano nazionale ed internazionale. La nostra forza sta nella coerenza con cui continuiamo a manifestare il nostro no all’aborto. L’aborto è una ferita profondissima nel corpo sociale italiano, ferita che non si può cicatrizzare. Ogni anno, dunque, a noi sta il compito di risollevare il problema e proporre la soluzione.

Qual è la soluzione?
L’abrogazione totale della legge 194. Questa è l’unica medicina giusta per curare questa ferita. Il nostro è il rifiuto totale di una legge che uccide i nostri bambini.

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Eutanasia anche per chi soffre di depressione…

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Dubbi, denunce e troppi errori. Ecco i «pentiti» dell’eutanasia, di Carlo Bellieni

Crescono le riserve della comunità scientifica anche dove la pratica è legale

Come sempre, mentre in Italia si rincorre l’ultima ‘novità etica’ sul fronte del diritto all’autodeterminazione, all’estero c’è già chi fa marcia indietro.
È il mondo scientifico che illumina con un faro di critiche la legislazione sull’eutanasia, invece da tanti magnificata in Italia a sproposito.
Il motivo più recente sono gli errori, i dubbi, le denunce di casi di eutanasia su persone disabili mentalmente o su soggetti psichiatrici. E i medici si domandano: perché non curarli meglio, invece di lasciarli morire?
Tanti depressi chiedono di morire, certo, ma la buona medicina sta nel curar loro la depressione, non di obbedire alla domanda di eutanasia che viene da una persona instabile mentalmente o che ha perso il senso oggettivo delle cose.

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Prime interpretazioni delle DAT confermano: è legge pro eutanasia!

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S’intitola Conoscere la legge n. 219/2017 ed è un documento che interpreta la legge sulle Dat, redatto da diversi ordini professionali del Lazio, insieme all’Aisla, l’Associazione Luca Coscioni e un ospedale dei Fatebenefratelli. Il testo si muove nel solco della ratio eutanasica della 219, senza cioè criticare la legge, a parte qualche eccezione marginale.

Il documento che asseconda la ratio eutanasica delle Dat

L’Ordine delle professioni infermieristiche di Roma, l’Ordine degli psicologi del Lazio, l’Ordine provinciale di Roma dei medici-chirurghi e odontoiatri, l’associazione radicale “Luca Coscioni”, la Società Italiana di Cure Palliative, l’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica e l’ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli hanno redatto un documento dal titolo Conoscere la legge n. 219/2017 – la cosiddetta legge sulle Dat – al fine di offrire un’esegesi della norma a beneficio di cittadini, pazienti, familiari e operatori sanitari.

In via preliminare occorre precisare che questo documento non esce dal perimetro normativo della legge 219 e ne rispetta la ratio eutanasica. In altri termini il documento – a parte qualche eccezione marginale – non critica la legge.
Quest’ultima, lo ricordiamo (http://www.lanuovabq.it/it/catalogo-online/libri), legittima sia l’eutanasia omissiva che quella commissiva (detta anche attiva).
Infatti, il comma 5 dell’articolo 2 riconosce il diritto di rifiutare qualsiasi terapia, quindi anche quelle salvavita, da iniziare e di interrompere qualsiasi terapia, comprese nuovamente quelle salvavita, già iniziate.

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