A proposito delle campagne di prevenzione dell’AIDS

Natalità & fertilità

A seguito dell’ennesima imprudente intervista rilasciata dal Card. Martini – ex arcivescovo di Milano – ad un settimanale ferocemente anti-vita, riproponiamo un breve saggio dell’attuale Presidente della Pontificia Accademia per la Vita apparso sull’Osservatore Romano.


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Di fronte alla strage che l’AIDS compie ogni anno in tanti Paesi (l’OMS riporta come dato mondiale 5,8 milioni di nuovi infetti nel 1998 e 13,9 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia, mentre in Italia i dati dell’Istituto Superiore di sanit? riferiscono che circa 29.000 pazienti diagnosticati sono morti dall’inizio dell’epidemia alla fine del 1998), ? giusto e doveroso che tutti si pongano il problema di una efficace prevenzione e che le famiglie, le comunit? educative e gli Organismi dello Stato, esprimano, coscienziosamente e meditatamente, una linea di educazione sanitaria inserita nell’orizzonte di una educazione globale della persona e nella ricerca obiettiva del bene comune.


Tutto dipende, per?, dal punto di vista con cui si affronta il problema. Di fatto, le prospettive sono diverse.


Una prima visione del problema ? quella di chi si preoccupa prevalentemente di evitare il rischio d’infezione. Tale rischio, come si sa, ? legato soprattutto al contatto con il sangue tramite l’uso di siringhe infette (soprattutto con lo scambio di siringhe fra tossicodipendenti) e ai rapporti sessuali con persone infette.


Anche in questa ottica, comunque, si dovrebbe mettere in primo piano una linea pedagogica che risulti la pi? efficace e che consista nell’evitare i comportamenti a rischio. Se si vuole essere sicuri di non contrarre l’AIDS la via pi? certa ? il comportamento adeguato: evitare di “bucarsi” per assumere droghe, gi? per s? comunque dannose, ed evitare i comportamenti sessuali libertari. Negli Stati Uniti si utilizza, anche da parte dei consultori laici, lo slogan “chastity before marriage, fidelity in marriage“.


Chi potrebbe negare che questa sia la via pi? garantita e chi potrebbe rimproverare a un’autorit?, per quanto laica, di proporre prima di tutto questa via?


Di fronte a chi non volesse accettare questi limiti nonostante la seriet? del problema, sarebbe comunque doveroso richiamare che, rispetto all’AIDS, pure “il preservativo non preserva sempre”, dato che ? documentata una notevole percentuale di fallimento (10-15%). ? bene non dimenticarlo.


Si potrebbe obiettare che la diminuzione statistica del rischio basterebbe di per s? a giustificare l’invito ad usare il preservativo, soprattutto per coloro che non sono, in tutto o in parte, capaci di autocontrollo. A tale riguardo, tuttavia, si deve osservare che, se tutta la strategia di prevenzione si basa sull’uso del preservativo, questo finisce per avere sui singoli e sulla psicologia di massa l’apparenza di un “toccasana”, con effetto ulteriormente liberalizzante e dunque con la conseguenza di una crescita complessiva dei casi di rischio e della popolazione a rischio. In realt?, il ricorso al preservativo come unica via di prevenzione ? inadeguato e in definitiva fallace.


Ma c’? una seconda visione del problema: quella di chi assume il punto di vista di una antropologia globale della persona, nella quale si iscrivono i valori della salute e della sessualit?, con un necessario riferimento al valore del matrimonio e della famiglia (valori presenti anche nella Costituzione Italiana). In quest’ottica, il discorso sui comportamenti orientati al rispetto della corporeit? propria e altrui, la presentazione della sessualit? come valore legato alla procreazione e alla famiglia fondata sul matrimonio e l’accento sulla responsabilit?, portano a sottolineare l’esigenza di un autocontrollo personale e di una levatura morale che non sono estranee alle aspirazioni dei nostri giovani. La fede cristiana impreziosisce questi valori, ma essi sono inscritti nella coscienza di ogni persona e sono “laicamente validi”, perch? giustificati dai beni tutelati.


Non vogliamo parlare di coloro che si pongono in una prospettiva puramente libertaria e di facilitazione edonistica e permissiva, attenendosi allo slogan del “sesso libero e sicuro”: ? questo, infatti, un programma che, grazie a Dio, non sembra pi? di moda, non avendo trovato credito presso alcuna Autorit? responsabile, neppure negli Stati pi? liberali.


? molto importante tuttavia che la nostra societ? non presenti come rimedio ai mali sociali (quello dell’AIDS ? uno dei pi? gravi, ma non il solo) la prospettiva del “piano inclinato” fatto di abdicazione. Ci? ? purtroppo nello stile di una societ? che ? propensa ad assumere comportamenti edonistici niente affatto garantiti per la salute, per poi chiedere al farmaco e al medico di porre rimedio ai danni provocati: cos? avviene negli eccessi dell’alcolismo e dell’alimentazione, come anche nello stordimento notturno dei nights.


Il principio di tolleranza, cui si fa spesso appello, valido per la libert? di pensiero e per le idee politiche, non pu? essere assunto come giustificativo – quanto meno senza preavviso circa i danni – per i comportamenti che mettono a rischio la vita dei cittadini, tra i quali molti sono giovanissimi.


Si tratta allora di porsi la domanda: da quale punto di vista vogliamo considerare il problema dell’educazione sanitaria e della prevenzione dell’AIDS?


Vorremmo che non ci fossero dubbi sull’apporto leale della Chiesa, la quale vede questo problema nell’orizzonte della salute globale della persona e della salvaguardia del bene della famiglia. Essa ha comprensione della complessit? del problema, nonch? della sua gravit?, e sa che ? necessaria molta misericordia e solidariet? anche verso coloro che hanno sbagliato ed hanno subito i danni di una societ? malata, di cui talora sono stati le vittime.


Ponendoci, tuttavia, di fronte al problema concreto dei ricorso a mezzi didattici per uso delle scuole e per la televisione di massa, non chiediamo certamente troppo se domandiamo che, come prima proposta educativa in fatto di prevenzione dell’AIDS, sia presentata quella di evitare i comportamenti a rischio, nell’ottica di una sessualit? pienamente umana e orientata al matrimonio. Se ? doveroso pensare con senso di misericordia a quanti sono gi? malati o sieropositivi, ? altrettanto doveroso pensare ai bambini e ai giovani che ancora sono in tempo ad evitare ogni rischio, anche quello che si prospetta in percentuale piuttosto limitata.


? nella natura del fatto educativo orientare i giovani verso il massimo dei valori e non verso il minimo.


 


Mons. Elio Sgreccia
Vescovo di Zama
(l’Osservatore Romano, 25 giugno 1999)