Marcia per la Vita: «eliminare i finanziamenti pubblici alla legge sull’aborto»

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«Chiediamo alla politica e alla società civile di tutelare la vita, senza compromessi e di metterla di nuovo al centro del dibattito pubblico». Ecco gli obiettivi della Marcia per la Vita, che si svolgerà a Roma il prossimo 18 maggio: questo ha dichiarato la presidente dell’evento Virginia Coda Nunziante. Nel breve colloquio la Nunziante ha sottolineato che alla politica sarà chiesto inoltre di «eliminare i finanziamenti pubblici alla legge sull’aborto».

Quali saranno i focus principali della Marcia di quest’anno?

«Come sempre la Marcia si concentrerà sul titolo “Per la Vita senza compromessi” che è la linea guida principale del nostro evento. Quest’anno i focus saranno il tema dell’aborto – in particolare ricorderemo i 41 anni della legge sull’aborto in Italia – e poi ci concentreremo anche sul tema del fine vita e quindi dell’eutanasia. Il nostro parlamento, infatti, sta discutendo una legge proprio sull’eutanasia, che andrebbe a peggiorare ulteriormente l’attuale legislazione».

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Marcia per la Vita, obiettivo: smantellare la Legge 194

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Nessun approccio «minimalista e fallimentare»: abrogare la legge 194 iniziando dal suo finanziamento pubblico, perché «utilizzare i soldi degli italiani per uccidere i nostri bambini è un’ingiustizia tremenda». Questo è quanto chiederà alla politica la Marcia nazionale per la Vita, il più grande evento pro-life che il prossimo 18 maggio riempirà il centro di Roma con numeri mai avuti prima. Parla Virginia Coda Nunziante, portavoce della Marcia.

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Il 18 maggio si svolgerà a Roma la IX edizione della Marcia per la Vita. Quali sono le novità di quest’anno?
Più che novità sottolineerei la continuità del nostro percorso. Siamo ormai giunti alla IX edizione e la Marcia è ormai consolidata sul piano nazionale ed internazionale. La nostra forza sta nella coerenza con cui continuiamo a manifestare il nostro no all’aborto. L’aborto è una ferita profondissima nel corpo sociale italiano, ferita che non si può cicatrizzare. Ogni anno, dunque, a noi sta il compito di risollevare il problema e proporre la soluzione.

Qual è la soluzione?
L’abrogazione totale della legge 194. Questa è l’unica medicina giusta per curare questa ferita. Il nostro è il rifiuto totale di una legge che uccide i nostri bambini.

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Prime interpretazioni delle DAT confermano: è legge pro eutanasia!

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S’intitola Conoscere la legge n. 219/2017 ed è un documento che interpreta la legge sulle Dat, redatto da diversi ordini professionali del Lazio, insieme all’Aisla, l’Associazione Luca Coscioni e un ospedale dei Fatebenefratelli. Il testo si muove nel solco della ratio eutanasica della 219, senza cioè criticare la legge, a parte qualche eccezione marginale.

Il documento che asseconda la ratio eutanasica delle Dat

L’Ordine delle professioni infermieristiche di Roma, l’Ordine degli psicologi del Lazio, l’Ordine provinciale di Roma dei medici-chirurghi e odontoiatri, l’associazione radicale “Luca Coscioni”, la Società Italiana di Cure Palliative, l’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica e l’ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli hanno redatto un documento dal titolo Conoscere la legge n. 219/2017 – la cosiddetta legge sulle Dat – al fine di offrire un’esegesi della norma a beneficio di cittadini, pazienti, familiari e operatori sanitari.

In via preliminare occorre precisare che questo documento non esce dal perimetro normativo della legge 219 e ne rispetta la ratio eutanasica. In altri termini il documento – a parte qualche eccezione marginale – non critica la legge.
Quest’ultima, lo ricordiamo (http://www.lanuovabq.it/it/catalogo-online/libri), legittima sia l’eutanasia omissiva che quella commissiva (detta anche attiva).
Infatti, il comma 5 dell’articolo 2 riconosce il diritto di rifiutare qualsiasi terapia, quindi anche quelle salvavita, da iniziare e di interrompere qualsiasi terapia, comprese nuovamente quelle salvavita, già iniziate.

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Dopo Verona: il popolo della vita e chi pretende rappresentarlo

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Dopo dodici tranquilli e inoffensivi congressi tenuti in tutto il mondo, Brian Brown, presidente del World Congress of Families (WCF), non poteva certo immaginare il clima incendiario che ha circondato la 13esima edizione dell’evento, svoltasi a Verona dal 29 al 31 marzo 2019.

E’ a Verona – scrive Massimo Recalcati– che va in scena lo scontro politico tra le due anime del governo” (“La Repubblica, 31 marzo). Ed è vero. Le polemiche che si sono accese attorno al Convegno sono nate soprattutto dal desiderio della sinistra di allargare le divisioni che esistono tra i due movimenti della Lega e dei Cinque Stelle al governo. Certamente questo non era nelle intenzioni degli organizzatori, che avrebbero però dovuto prevedere le conseguenze della vistosa passerella politica inscenata nel congresso, a cui hanno partecipato professori, esperti, leader pro-life di valore che non hanno avuto però le luci della ribalta.

Al di là delle buone intenzioni, leggiamo poi con preoccupazione queste parole nel documento conclusivo del congresso:

Tra le richieste della Dichiarazione di Verona: il riconoscimento della perfetta umanità del concepito; la protezione da ogni ingiusta discriminazione dovuta all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute o all’orientamento sessuale; la tutela delle famiglie in difficoltà economiche, specie se numerose, e delle famiglie rifugiate; il contrasto all’inverno demografico, tramite leggi che incentivino la natalità” (Notizie Pro Vita 31 marzo).

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Dopo Verona: Abrogare o applicare la 194?

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Sono trascorsi ormai quasi quarantuno anni dall’entrata in vigore della legge 194/1978 che ha legalizzato l’omicidio dell’innocente nel grembo materno e che ha causato la morte, finora, di oltre sei milioni di persone. Eppure, essa continua a godere di un certo pregiudizio positivo soprattutto in ambito pro-life, anche da chi tende comunque a giudicarla una norma iniqua.

Per costoro la 194 è costituita da due parti separate e distinte, quasi a formare altrettanti differenti corpi normativi: una negativa che regolamenta l’aborto volontario e l’altra positiva che indica delle possibili alternative all’aborto stesso. In particolare, gli articoli 1 e 2 della legge conterrebbero delle disposizioni tese a limitare gli aborti e ad aiutare le madri in difficoltà, che sarebbero rimaste in larga parte disattese, ossia non applicate.

Tale tesi è emersa chiaramente anche nel Congresso Mondiale delle Famiglie che si è appena concluso. Massimo Gandolfini, il leader dell’evento che ha suscitato molte polemiche per via della presenza di numerosi politici e per il patrocinio concesso dal ministero della Famiglia, ha dichiarato che «in Italia, dal 1978 ad oggi, sono stati uccisi sei milioni di bambini (…) Noi diciamo che la legge 194 va applicata tutta. Voglio ricordare che dagli anni 70 ad oggi sono stati salvati 200.000 bambini grazie ad associazioni finanziate con la beneficenza, mentre lo Stato non ci ha messo un euro (…) Dico ai politici: finanziate i primi 5 articoli della legge 194». (altro…)

La “pillola del giorno dopo” denunciata in Parlamento

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Ferrara. La “imponente” manifestazione contro la maternità e le mamme in difficoltà fatta dal Comitato “Non una di meno”: vale a dire che tale Comitato è composto da 14 persone, non una di meno.

Emilia-Romagna. Continua l’attenzione degli esponenti di Fratelli d’Italia nei confronti della difesa della vita nascente.
Come si ricorderà, il principio attivo della “Pillola del giorno dopo” è risultato provocare danni epatici (vedere: http://www.difenderelavita.org/e-salta-fuori-che-la-pillola-del-giorno-dopo-distrugge-il-fegato/).

Lo scorso giugno era stata fatta un’interrogazione sull’argomento dal consigliere Giancarlo Tagliaferri (FdI) che aveva ottenuto una risposta evasiva e pilatesca da parte dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna (vedere: http://www.difenderelavita.org/emilia-romagna-pillola-abortiva-gratis-fratelli-ditalia-non-ci-sta/).

Infine, il senatore Alberto Balboni (FdI) ha deciso di sottoporre il grave problema al Parlamento, depositando un’interrogazione a risposta scritta (vedere: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=18&id=1105306 ) che riproduciamo integralmente:

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Ginecologi: l’aborto volontario si conferma mezzo di controllo delle nascite

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La tecnica per l’aborto tardivo, noto come aborto a nascita parziale

CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DEGLI ABORTI EUGENETICI

CRESCONO A DISMISURA LE CERTIFICAZIONI  URGENTI

ED IL NUMERO DEI DATI NON RILEVATI

L’ABORTO VOLONTARIO SI CONFERMA MEZZO DI CONTROLLO DELLE NASCITE

Analisi della relazione sull’applicazione della legge 194 relativa all’anno 2017
a cura dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici

 

ABORTI VOLONTARI TARDIVI (Eugenetici)

Il dato più rilevante della relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2017 è la costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che – nonostante la modesta riduzione del numero totale degli aborti (80.733 nel 2017 vs 84.926 nel 2016) – sono diventati 4.521 (5,6% di tutti gli aborti volontari, cioè 11,2 volte superiore allo 0,5% del 1981).
E’ il dato più rilevante perché è un indicatore molto attendibile – perché non può essere sostituito e nascosto da altre metodiche – della crescente, strisciante e perniciosa “cultura dello scarto”, utilitaristica e di chiusura della vita, che sempre di più si diffonde tra la nostra gente!
Cifra anche nel 2017 sicuramente sottostimata perché in 2.544 casi (3,2%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata: in Sardegna (22%), Puglia (12,8%), Liguria (8,8%) e Toscana (6,1%) la percentuale di dato non rilevato é nettamente superiore a quella nazionale (3,2%) e dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.

Nonostante le premesse metodologiche e le ripetute rassicurazioni sulla rilevazione dei dati, a proposito degli aborti oltre la 12^ settimana abbiamo tre dati differenti nella relazione: a pag. 3 il Ministro della Salute Grillo riferisce che sono 4.521, mentre nella tabella 19 e 20 abbiamo cifre inferiori, che ci inducono a pensare che manca la volontà di avere ed offrire i dati completi e certi dopo 40 anni di aborto volontario di stato.

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Gender e bullismo: spunta un dato clamoroso

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Il bullismo è un grimaldello per introdurre il gender nelle scuole: questa tesi è già stata sostenuta e documentata su queste pagine (1).

Tuttavia, nei giorni scorsi, è emerso un dato clamoroso relativamente al cyberbullismo (il bullismo fatto attraverso internet): in tutto il 2018, in Emilia-Romagna, i casi accertati dal Compartimento di Polizia Postale e delle Comunicazioni per l’Emilia-Romagna sono stati due. Sì, avete letto bene: 2 (due).Nel precedente anno 2017, peraltro, erano stati 33 in tutta la Regione (2).

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I medici saranno obbligati a procurare l’aborto?

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Le sinistre e i partiti italiani di ispirazione socialista, sempre più spesso sostengono che un dipendente pubblico ha l’obbligo di seguire tutte le leggi dello Stato.
Così, secondo questi “illuminati”, superato l’esame di Stato, un giovane laureato in medicina avrebbe il dovere di praticare aborti, prescrivere la pillola del giorno dopo e violare il giuramento di Ippocrate fondato sul diritto naturale.
Già ora, nel caso ad esempio di un sindaco, è imposto dalla legislazione totalitaria vigente, di unire civilmente le coppie dello stesso sesso.

Si ritorna a una forma di “socialismo nazionale”?
Si dimentica la grande lezione dei giudizi di Norimberga, relativa ai gerarchi nazisti: se l’ordine non è conforme alla tua coscienza, non si deve adempierlo. Cioè, non serve a nulla difendersi per aver obbedito agli ordini o alle leggi, se queste sono contro il diritto naturale.

La Corte Suprema norvegese: sì all’obiezione di coscienza

La Corte Suprema norvegese, lo scorso 11 ottobre, ha riconosciuto il diritto ai medici di non compiere trattamenti sanitari, che possano andare contro alla loro coscienza. Come previsto peraltro dalla Convenzione europea sui diritti umani.

È stato questo il caso della dottoressa Katarzyna Jachinowicz, polacca, medico di famiglia nel Comune di Sauherad: convinta che «la vita abbia inizio al momento del concepimento», si era detta decisa a non «partecipare alla sua distruzione», somministrando terapie, che possano procurare l’aborto. Come i dispositivi intrauterini. Per questo, nel dicembre 2015, era stata licenziata, benché unanimemente riconosciuta come una professionista altamente qualificata, con oltre vent’anni di esperienza.

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V&V: follie giuridiche del “caso Cappato”

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Il Comitato fondato da M. Palmaro evidenzia contraddizioni e pericolosità dell’ordinanza 207/2018 resa dalla Corte Costituzionale.
Non solo per giuristi: leggiamo tutti per capire dove ci sta portando questa magistratura!

La Corte Costituzionale genera inquietudine nel caso Cappato

L’ordinanza 207/2018 resa dalla Corte Costituzionale nel caso Cappato genera inquietudine ed apre a scenari di grave lacuna nella difesa del bene giuridico della vita.

Se da un canto la Corte ribadisce la incostituzionalità dell’istigazione (o del rafforzamento) dell’altrui volontà suicida, dall’altro, mediante argomentazioni vaghe e contraddittorie, ritiene che l’assistenza al proposito suicida sia invece ammissibile.

Secondo la Corte, bisogna considerare «specificamente situazioni come quella oggetto del giudizio a quo: situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali».

Nelle ipotesi, come quella del caso di specie, in cui la persona sia:
– affetta da una patologia irreversibile,
– fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili,
– la quale sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale,
– resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli»,

l’aiuto al suicidio «può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare».

Il bene vita viene rimesso quindi ad una serie di criteri del tutto generici ed opinabili, e soprattutto viene sancita la incompatibilità tra la prosecuzione della vita e la dignità dell’individuo, assurgendo simultaneamente il suicidio a strumento di preservazione dello “sviluppo della persona umana”.

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