Marcia per la Vita 2019: il discorso finale di Virginia Coda Nunziante

Legislazione nazionale,Minacce alla vita

Cari amici,
Ringrazio tutti per lo straordinario spettacolo che oggi ci offrite.

La Marcia per la Vita cresce. Cresce nel numero: vogliamo sottrarci al balletto delle cifre, ma siamo molti di più degli anni precedenti.

Cresce come impatto nazionale e internazionale, come è evidente dai videomessaggi che abbiamo ricevuti: la più grande emittente cattolica americana sta ritrasmettendo in tutti il mondo la nostra marcia.

Ma ciò che soprattutto cresce è la nostra consapevolezza di combattere una grande battaglia morale e civile, è la nostra determinazione a non retrocedere, a non accettare compromessi, perché non sono possibili compromessi sulla vita umana innocente. Non si può accettare che nemmeno un bambino sia sottratto con la violenza al grembo della madre. E si sottoscrive questo delitto quando si accetta una legge che prevede l’aborto.

Questa legge noi la vogliamo abrogare. E’ evidente che l’obiettivo richiederà del tempo ma intanto iniziamo con lo smontare pezzo per pezzo la legge.

E il primo pezzo da smontare è quello del finanziamento: non è ammissibile che ogni anno, per uccidere i nostri bambini negli ospedali, si spenda tra i 200 e 300 milioni di euro. Quando abbiamo una sanità che fa acqua da tutte le parti: chiunque di noi ha fatto l’esperienza, una visita urgente, un’ecografia, un controllo… se si vuole farlo con rapidità si deve andare a pagamento perché  i tempi degli ospedali sono spesso biblici. Potremmo fare un lungo elenco delle cose che non vanno nella Sanità. Eppure, se una donna decide di abortire viene immediatamente ricoverata e tutto è spesato, tutto le è pagato. Ma è mai possibile che se si vuole abortire si ha un tappeto rosso e tutto è facile e organizzato, e se si vuole portare avanti la gravidanza il percorso è tutto ad ostacoli e anche particolarmente oneroso?

Certamente noi siamo qui perché siamo a favore della vita, perché amiamo la vita, perché la vita è un dono prezioso che tutti noi qui presenti abbiamo ricevuto perché ci è stato donato da Dio e perché abbiamo avuto dei genitori che hanno amato la vita.

Ma siamo qui oggi anche per manifestare contro leggi ingiuste, contro leggi che uccidono degli innocenti, uccidono delle persone che non possono reagire, che non possono difendersi.

Abbiamo di fronte a noi un movimento ideologico organizzato che predica e pratica la cultura di morte, che dopo avere introdotto l’aborto, vuole passare all’infanticidio e all’eutanasia. La giustificazione per l’aborto, quarant’anni fa, era che quell’embrione che si sviluppava nel grembo della madre non fosse un essere umano, fosse solo un grumo indistinto di cellule, senza anima, senza un’identità umana.

I progressi della scienza hanno dimostrato che fin dal primissimo atto del concepimento quell’essere umano ha un’identità propria, ha in sé dei caratteri che sono unici e irripetibili: che è un uomo.

Gli abortisti che vollero l’introduzione della legge 194 in Italia mentivano, quando negavano l’identità umana al feto; e che fosse una menzogna deliberata lo dimostra il fatto che se ieri reclamavano la soppressione di quell’embrione, oggi chiedono l’uccisione dell’essere umano fino a nove mesi, quando è perfettamente formato, e addirittura dopo. Ieri dicevano che l’aborto era lecito perché non sopprimeva un uomo, oggi dicono che si può sopprimere un uomo per gli interessi della collettività, ripetendo il ragionamento di Caifa. “E’ meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. E’ il ragionamento con cui si giustifica l’eutanasia attiva: i vecchi sono inutili, sono un peso per la collettività: “è meglio che perisca qualcuno di essi che non perisca la nazione intera”.

Noi questo sofisma di Caifa lo rifiutiamo con tutte le nostre forze e abbiamo davanti ai nostri occhi l’Agnello innocente, Nostro Signore Gesù Cristo, ingiustamente condannato e immolato. Anche in questo caso non ci fu nessuno che lo difese e anche Pietro si voltò dall’altra parte.

La forza delle Marcie per la Vita, in Italia e nel mondo, non sta nel numero dei partecipanti: non sta nell’importanza dei testimoni, non sta nell’eco mediatico di questa iniziativa, sta nella coerenza nella perseveranza con cui noi da nove anni in Italia portiamo avanti un messaggio di difesa della vita umana innocente, di rifiuto dell’aborto, senza eccezioni e senza compromessi.

In Argentina, si sta sviluppando, come avete sentito, un grande movimento contro l’aborto; in Brasile, il nuovo governo ha bloccato tutte le richieste di legalizzazione dell’aborto, negli Stati Uniti è stata appena approvata in Alabama una legge fortemente restrittiva, che vieta quasi completamente l’aborto. E altri Stati stanno andando nella stessa direzione.  Non ci sono dubbi che questo è dovuto alla costanza, alla perseveranza con la quale ogni anno centinaia di migliaia di americani sono scesi in piazza per protestare contro la legge Roe/Wade. Ebbene dobbiamo fare anche noi la stessa cosa. Anno dopo anno dobbiamo continuare a scendere in piazza, dobbiamo avere chiara l’idea che la legge 194 va abolita in toto, così come in America vogliono abolire la Roe/Wade.

Ciò dimostra che il processo storico non è irreversibile, perché la storia è fatta dalla libera volontà degli uomini e dall’intervento di Dio.

Noi siamo qui in piazza in quanto cittadini italiani che amano il proprio paese e sanno che uno Stato che permette leggi che uccidono i propri figli distrugge il futuro della nazione. L’Italia era sempre stata vista come la culla della vita, delle famiglie numerose. Molti stranieri lo osservano: non vediamo più bambini in Italia, vediamo persone sempre più anziane. Infatti la gioia di vivere che caratterizzava il nostro paese si sta spegnendo.

Ma oltre che cittadini, la maggior parte di noi è anche cattolico, e fieri di esserlo.

Noi dobbiamo desiderare una società che rispetti la legge naturale e divina e dobbiamo amare una società che riconosca la regalità sociale di Cristo perché questo è il fine ultimo della nostra azione.

L’aborto calpesta la legge divina e naturale. Come immaginare che possa mancare l’aiuto di Dio a chi generosamente si impegna per difendere la vita, materiale e spirituale, che è il primo bene che Dio ci ha donato, quello da cui tutti gli altri beni dipendono?

Noi abbiamo un’immensa fiducia nell’esito vittorioso della nostra battaglia. La vittoria la leggiamo negli occhi di tanti giovani e meno giovani che oggi hanno sfilato con noi, negli occhi dei bambini, che rappresentano il futuro, e in quelli degli anziani, che non vogliono ripetere gli errori del passato.

Negli occhi dei laici, dei religiosi, dei gruppi, delle associazioni che oggi manifestano. Costituiamo un’unica grande famiglia e respingiamo ogni tentativo di dividerci e di frammentarci, nella convinzione che l’unione attorno alla verità costituisce una forza irresistibile: la forza del bene che avanza e che nulla e nessuno potrà fermare. Ci ritroveremo dunque in piazza il prossimo 23 maggio 2020!

 

fonte: https://www.corrispondenzaromana.it/marcia-per-la-vita-2019-il-discorso-finale-di-virginia-coda-nunziante/

Un commento su “1”

  1. Dio benedica questo impegno, tanto più necessario quanto più esso chiama in causa l’identità e la veridicità della nostra fede cattolica. Si deve però riflettere e prendere iniziative che sviluppino una cura della formazione della coscienza che non si limiti alla presenza delle sole marcie, pur così importanti e necessarie, ma che incarni una cultura nuova fondata sulla presenza del Risorto, il cui Santo Spirito informi il gusto nuovo di una rinata modalità di sentire e fruire. ” Il sentire ” nell’oggi storico è alla base di ogni soluzione persuasiva. Il bene e il
    male si misurano nella tendenza comune sulla ricezione di maggior vita e realizzazione piuttosto che sugli imperativi morali: da qui l’importanza imprescindibile dell’esperienza estetica formativa, la visibilità di una nuova categoria estetica spiritualmente determinata all’incarnazione della bellezza della vita e della verità, alternativa per concretezza di senso e conoscenza alla dittatura del relativismo contemporaneo.

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