Tanathos ed eutanasia

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Mariae, saluti infirmorum


La morte “selvaggia”. Rifiutata, nascosta, truccata


“L’antico atteggiamento, in cui la morte vicina e familiare ?, al tempo stesso, rimpicciolita e sdrammatizzata, ? troppo in contrasto col nostro; della morte noi abbiamo tanta paura da non osare pi? pronunciare il suo nome.


“Perci?, quando diciamo di questa morte familiare che ? addomesticata, non intendiamo dire che prima era selvaggia e che in seguito ? stata addomesticata. Vogliamo dire, al contrario, che ? diventata selvaggia oggi” (1).

La societ? moderna ha il terrore della morte. E a buon diritto.


Una volta rifiutato ogni senso trascendente alla vita umana, ridotta a vita biologica di un corpo-macchina (2) , la morte si ? trovata a essere – insieme ed enigmaticamente – la banale interruzione della funzionalit? di una macchina, e la fine inappellabile e senza senso di ogni uomo. E perci? viene anzitutto nascosta, con tutto quanto a essa richiama, a cominciare dal luogo-cimitero.


Una delle pi? importanti modalit? con cui questo nascondimento viene attuato ? certamente l’ospedalizzazione della morte e la sua medicalizzazione: il malato detto “terminale” – una delle numerose strategie linguistiche di occultamento della realt? della morte e del morire – viene isolato dal resto della comunit?, frequentemente abbandonato da famigliari e da amici, e affidato alle sole cure del personale sanitario. I medici e – soprattutto – gli infermieri si trovano cos? a dover gestire la maggior parte delle morti, tacitamente investiti da una societ? che fugge la morte e che le rifiuta ogni senso, dell’insostenibile compito di rispondere alle angosciate domande degli agonizzanti, domande sul senso della loro vita e della loro morte s?, ma anche richieste di affetto, di compassione e di calore.


I membri del personale sanitario, cui la cultura diffusa consente di percepirsi solo come “tecnici della salute” di corpi-macchina, si trovano allora a dover costantemente fronteggiare – e fuggire – il fallimento completo e definitivo della loro attivit?.


Se i recenti fenomeni della medicalizzazione e dell’ospedalizzazione della morte costituiscono una delle condizioni storiche pi? importanti per inquadrare l’attuale dibattito sull’eutanasia, un’altra strategia – accanto a quelle del rifiuto e della fuga – merita un cenno: ? quella della morte truccata.


Infatti, la diffusione panica della fobia delle morti reali – anzitutto della mia morte – si accompagna a un’ostentazione altrettanto panica di morti fittizie: la celebrazione televisiva e cinematografica del rito crudele di morti tanto numerose quanto finte e orribili costituisce un ossessivo sforzo di esorcizzazione delle morti vere, prive – queste – di effetti speciali, ma pur dotate di quell’effetto naturale di porre radicalmente la domanda sul senso, escludendo insieme ogni risposta parziale, fittizia o evasiva. Lo spettatore di un film non ? chiamato a rispondere di fronte alle domande che l’agonizzante pone – e alla magna quaestio che egli stesso ? diventato (3) -, ? anzi del tutto irresponsabile di fronte alle morti fittizie (4).


 


 


La “morte dolce” procurata


In questo contesto culturale si pone oggi il problema dell’eutanasia (5).


Si pone anzitutto come problema di comprensione e di definizione, non semplicemente di parole, ma della realt? che esse indicano: che cosa ? l'”eutanasia”?


 


Eutanasia e suicidio medicalmente assistito: cenni definitori


Dopo aver gi? da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco – eu-th?natos, “morte buona” -, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi.


Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva – o positiva, o diretta -, l? dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva – o negativa, o indiretta -, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita.


Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente – e reiteratamente – richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volont? del paziente non pu? essere espressa, perch? si tratta di persona incapace; in lingua inglese la distinzione ? fra voluntary e nonvoluntary, ed esiste anche il caso di un’eutanasia involuntary, quella cio? praticata contro l’espressa volont? del paziente.


Eutanasia si oppone talora a dis-tanasia, a indicare invece l’astensione da interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignit? del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, bench? distinto da essa, ? poi il suicidio medicalmente assistito – physician assisted suicide o, eufemisticamente, p.a.s. -, in cui la morte ? conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico.


Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata.


Una definizione completa e precisa – che verr? seguita in questo testo – ? quella contenuta nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati” (6).


 


Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia


Una delle caratteristiche definitore dell’eutanasia ? il suo obiettivo di ridurre la sofferenza.


Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravit? della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “i malati terminali costituiscono solo una piccola porzione del numero totale di suicidi. In effetti, la maggior parte delle persone che si uccidono gode di una buona salute fisica. Fra tutti i suicidi solo tra il due e il quattro percento sono malati terminali (7). Uno studio condotto su adulti oltre i cinquant’anni ha mostrato che persone erroneamente convinte che stavano morendo di cancro si suicidarono in un numero maggiore rispetto a quelle che avevano effettivamente una malattia terminale. Questo studio supporta la stima secondo cui due terzi degli anziani che muoiono per suicidio godono di una salute relativamente buona [8].


“Gli individui con una grave malattia cronica e terminale hanno un rischio di suicidio maggiore – alcuni studi suggeriscono che il rischio per i pazienti di cancro ? di circa due volte quello della popolazione globale. Alcuni esperti per? hanno osservato che molti pazienti terminali sperimentano un fenomeno chiamato cancer cures psychoneuroses. Questo fenomeno si ha quando i pazienti si rendono conto di avere un cancro o un’altra malattia progressivamente terminale, e quando il processo con cui fanno fronte e dominano la loro paura della morte dissolve molte altre ansie o nevrosi. Come spiegato da uno psichiatra, “quando l’attenzione di una persona si allontana dai divertimenti banali


della vita, pu? emergere un apprezzamento pi? pieno dei fattori elementari dell’esistenza” [9]. “Perci? alcuni pazienti terminali possono presentare uno stress psicologico inferiore a quanto ci si possa aspettare. A parte le circostanze in cui i pazienti sono depressi, i malati terminali hanno spesso capacit? di ripresa, e lottano per la vita attraverso le loro malattie. Gli studi indicano che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilit?, la grande maggioranza non desidera il suicidio.In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volont? di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena [10]. Come gli altri suicidi, i pazienti che desiderano il suicidio o una morte anticipata durante una malattia terminale soffrono solitamente di una malattia mentale che pu? essere trattata, per lo pi? di depressione [11](12).


L’esperienza degli hospice, cliniche il cui scopo ? l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita e il trattamento del dolore – le cosiddette cure “palliative” -, infirma ulteriormente questa correlazione sofferenza-desiderio di morire apparentemente cos? ovvia (13). “Pazienti con una sofferenza non controllata possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non ? solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio ? l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione. Come affermato da uno psichiatra: “La sofferenza gioca un ruolo importante nella vulnerabilit? al suicidio; comunque l’associazione di un disagio psicologico e di un disturbo dell’umore sembrano essere co-fattori essenziali nell’alzare il rischio del suicidio del malato di cancro” [14](15).


Eliminato il pregiudizio di cui s’? detto, ? possibile ora far cenno ad alcuni aspetti giuridici dell’eutanasia.


Bench? il parlamento inglese avesse discusso gi? nel 1936 una proposta di legalizzazione dell’eutanasia, e con l’eccezione della legislazione nazionalsocialista, fino a un periodo molto recente essa non ha avuto posto nella legislazione come fattispecie a s?: le pratiche eutanasiche venivano ricondotte, a volta a volta, ad altre fattispecie esistenti, solitamente all’omicidio e al suicidio.


In questo contesto giuridico si situa, con effetti la cui portata non ? ancora pienamente prevedibile, la depenalizzazione dell’eutanasia avvenuta nel Regno dei Paesi Bassi nel 1994. Con questo caso – e con l’ancor pi? recente caso australiano – deve ora confrontarsi la ricerca; tale confronto servir? a offrire, oltre che preziosi elementi di fatto, anche ulteriori coordinate per una valutazione etica dell’eutanasia.


 


Il caso olandese


Il tema dell’eutanasia ha assunto un posto di primo piano nei mezzi di comunicazione sociale in seguito alla definitiva approvazione nel Regno dei Paesi Bassi della modifica all’articolo 10 del Regolamento di Polizia Mortuaria – e non di una legge sull’eutanasia, come i mass media hanno divulgato -, che stabilisce, a partire dal giugno del 1994, la non punibilit? dei medici che abbiano aiutato a morire i propri pazienti, ma siano in grado di dimostrare di aver rispettato una serie di condizioni estremamente precise, come puntualizzato nel comunicato stampa del ministero della Giustizia del Regno dei Paesi Bassi nel novembre del 1993. Infatti l’eutanasia non ? stata depenalizzata come reato, ma ? stata introdotta fra le cause di morte che devono comparire obbligatoriamente nel certificato di decesso.


Come dimostra l’approvazione definitiva della modifica al Regolamento da parte della prima Camera avvenuta con 37 voti favorevoli contro 34 contrari, si ? trattato di un passo che il Regno dei Paesi Bassi ha compiuto fra estremi contrasti, non destinati a finire dal momento che il provvedimento in esame introduce misure di controllo sull’operato dei medici (16).


Infatti, affinch? un medico possa praticare eutanasia e non essere poi sottoposto a procedimento penale, occorre che il paziente sia affetto da malattia incurabile, vi siano sofferenze insopportabili nonch? la richiesta reiterata da parte del malato di essere eutanasizzato e, infine, la conferma delle condizioni sopra richiamate da parte di un collega. L’atto eutanasico deve essere documentato da una relazione scritta da cui risultino non solo gli elementi di cui sopra, ma anche la storia clinica del paziente nonch? i mezzi utilizzati per l’eutanasia (17). La relazione viene poi notificata dal medico curante a un pubblico ufficiale con funzioni giudiziarie, il coroner (18), con il compito d’indagare sulle morti non naturali, il quale, se ne ravvisa gli estremi, trasmette la pratica alla pubblica accusa, che decider? se archiviare il caso o aprire un procedimento penale che si concluder? con una sentenza di condanna qualora vengano riscontrati gli estremi del reato previsto dall’articolo 293 del codice penale olandese: “? prevista la reclusione fino a 12 anni per chi toglie la vita a una persona su espressa richiesta di quest’ultima”, o del reato previsto dall’articolo 294 del medesimo codice: “Chi deliberatamente incita un altro a commettere suicidio, lo assiste in questo o gli fornisce gli strumenti per commetterlo ? punito, se il suicidio viene commesso, con la detenzione fino a tre anni”.


 


Le premesse culturali del caso olandese e alcuni rilievi giuridici


A questo punto, ? allora lecito chiedersi, data la vigenza degli articoli 293 e 294 del codice penale, in che modo il legislatore olandese abbia previsto la possibilit? per i medici di sfuggire alla condanna penale nell’ipotesi in cui questi contribuiscano a facilitare la morte del paziente. Ricorrendo all’articolo 40 del medesimo codice, che prevede la discriminante della forza maggiore: “Non ? punibile chi viene costretto a commettere un reato sotto una coercizione cui non ? in grado di resistere”. Il dolore, la sofferenza, la disperazione che si identificherebbero con la forza maggiore nel Regno dei Paesi Bassi costituiscono, allora, base di una diversa cultura della morte. Infatti, si ritiene che “la malattia alteri oggettivamente lo stato giuridico ed esistenziale dell’essere umano e corroda oggettivamente quella dignit? che giustifica la difesa della vita” (19). Ora, esaminando l’articolo 40 del codice penale olandese si evince che il medico agisce commettendo un reato – l’uccisione del paziente -, spinto da una coercizione cui egli non ? in grado di resistere, ma questa forza – intesa in senso di forza extraumana per cui il soggetto non agit sed agitur -, cui il professionista non pu? sottrarsi, altro non ? che la sofferenza insopportabile, lo sgomento, lo smarrimento angoscioso, l’agonia del paziente vista come forza esterna che per il suo potere superiore determina il soggetto attivo – medico – in modo necessario e inevitabile a un comportamento attivo – eutanasia attiva, intervento attivo – o passivo – eutanasia passiva.


L’applicazione in tal senso della forza maggiore, quale causa di esclusione della perseguibilit? in sede penale, ? possibile perch? la sofferenza ? vista dall’ordinamento giuridico olandese come forza che annulla la volontariet? dell’azione, ma soprattutto come avvenimento contro cui non ? possibile lottare data la sua inevitabilit? (20).


Da ci? risulta come nel Regno dei Paesi Bassi sia radicata la consuetudine in base alla quale si d? fine a una vita per eliminare il problema del dolore; e in tal senso riceve approvazione da parte della societ? la condotta di chi agisce con questo scopo, essendo il suo agire pervaso da valore morale o sociale tanto elevato da sminuire l’antisocialit? dell’azione. Ma ? proprio dal ricorso a questa discriminante che vengono in evidenza i primi aspetti paradossali di un tale sistema normativo. In altri termini: ritenere che ? rispettoso per la dignit? della persona interrompere la sua esistenza. In tale modo si viene a creare una discriminazione fra vita – sana – e vita – malata -, cosa che ? contraria a qualsiasi logica giuridica e morale, ma che la situazione olandese sembra affermare ponendo in tal modo la categoria delle persone malate fuori dall’ordinamento giuridico.


Si pongono a questo proposito anche altre problematiche fondamentali, quali quella dell’attualit? e della validit? del consenso all’atto eutanasico. Infatti, una volont? diretta a chiedere eutanasia andrebbe da un lato ritenuta giuridicamente e deontologicamente accettabile solo se manifestata da un soggetto in uno stato di assoluta lucidit? mentale e di capacit? d’intendere e di volere e si dubita fortemente che una grave e inguaribile malattia, che provoca sofferenze insopportabili, possa rendere valido il consenso espresso dal paziente; dall’altro lato, la volont? di essere eutanasizzato dovrebbe essere contestuale all’atto medico: cosa che qui non accade perch? il medico si basa sulla volont? del paziente espressa antecedentemente rispetto al verificarsi dell’evento. Da qui la critica in base alla quale una dichiarazione d’intenti e d’intenzionalit? non pu? dirsi esaustiva della volont? di una persona allorch? sia espressa in tempi e circostanze diverse da quella cui sembra riferirsi, perch? con il passare del tempo potrebbe verificassi un mutamento d’intenti. Si possono muovere cos? a questa situazione le stesse critiche che generalmente si fanno al living will (21) ossia al testamento biologico con cui si dispone della propria vita al verificarsi di certe future ipotizzabili patologie: la mancanza di contestualit?.


 


Il caso australiano


Nel Territorio del Nord della Federazione Australiana, a partire dal giugno del 1995, ? entrata in vigore una legge, sostenuta dalla Federazione Australiana per l’AIDS, dal Royal College of Surgeons e dall’Anti-Cancer Council, che disciplina la possibilit? di richiedere l’eutanasia attiva, denominata “Legge dei diritti del malato terminale” (22) la quale, senza dubbio, risulta essere un ulteriore “progresso” rispetto alla normativa del Regno dei Paesi Bassi.


Infatti, la legge legittima la possibilit? per il paziente cosciente e maggiorenne di richiedere l’eutanasia nell’ipotesi in cui questi sia affetto da una malattia incurabile e inguaribile e le sofferenze siano talmente forti che nessuna terapia sia in grado di alleviarle. A differenza della normativa olandese quella australiana tende a sottolineare in modo ancora pi? incisivo l’esistenza di un “diritto alla morite”, dal momento che, nel tentativo di rivalutare l’eutanasia come morte indolore, viene inquadrata come un trattamento medico posto a tutela della persona, accettando cos? che anche altre persone, nel caso in cui il paziente sia incapace, possano firmare, in rappresentanza del malato e alla presenza dei testimoni, una richiesta di eutanasia; l’unica preoccupazione a tale proposito da parte della legge ? che non vi siano influenze dirette a favorire richieste in tal senso da parte di estranei sul paziente. Inoltre, ulteriore timore ? quello di evitare che coloro che possono trarre un vantaggio patrimoniale dalla morte del paziente spingano quest’ultimo a chiedere la “dolce morite”.


L’unico limite alla realizzazione dell’eutanasia ? l’efficacia delle cure palliative: infatti, finch? queste potranno alleviare le sofferenze i medici dovranno rifiutarsi di dar seguito a qualsiasi richiesta in tal senso.


Ma l’aspetto pi? sconcertante di tale normativa consiste nel non prevedere, almeno specificamente, ipotesi di condanna dei medici che effettuino l’eutanasia in mancanza dei requisiti previsti: il paziente deve essere maggiorenne, vi devono essere sofferenze atroci, una malattia inguaribile, il certificato di richiesta firmato dal paziente, il certificato di uno specialista che attesti lo stato della malattia e uno dello psicologo con cui si dichiari che il paziente non sia in stato di depressione. Infatti, la legge dispone solo che il medico che ha effettuato la “morte annunciata” deve spedire una copia del certificato di morte al coroner, il quale deve dare avviso al Procuratore Generale del numero dei pazienti che sono morti per eutanasia. Il Procuratore Generale riporter? tale numero all’Assemblea Legislativa.


Infine, ? ancora da sottolineare come dubbi ulteriori sorgano dalla lettura della legge quando si parla di pazienti per i quali occorra l’interprete; una tale notazione pu? indurre a un’unica riflessione, identificando cos? il Territorio del Nord della Federazione Australiana come terra di migrazione in cui pu? essere esercitato da ognuno il proprio diritto a morire.


 


La “morte dolce”: i suoi presupposti e alcune conseguenze


S’? detto del complesso rapporto fra sofferenza e suicidio o desiderio di morire. Pure, eutanasia – e nella sua approvazione sociale e legalizzazione – vi ? un elemento nuovo: l’intervento di un’altra persona, quasi sempre di un medico o di un operatore sanitario, intervento inteso ad alleviare il dolore con il porre un termine alla vita del paziente.


Si tratta, anzitutto, di una risposta tutt’altro che ovvia: un omicidio sarebbe l’aiuto adeguato a un sofferente; ovvero si verrebbe addirittura a configurare un dovere da parte di qualcuno – il medico o chi per lui – di uccidere una persona che gliene faccia richiesta; o, ancora, si attribuirebbe a qualcuno – medico, giudice, famigliare? – il diritto di stabilire se una vita innocente sia meritevole o no d’essere vissuta.


“Bisogna rispettare la libert? del paziente”, si ripete spesso da parte dei sostenitori dell’eutanasia, incorrendo cos? nell’aporia dello schiavo: si pu? rinunciare liberamente alla libert?, alla condizione fondamentale del suo normale esercizio, la vita? La richiesta del sofferente ? piuttosto quella che gli si allevi il dolore, e tale ? la responsabilit? del medico, la cui vocazione ? di farsi prossimo al paziente e di alleviarne le sofferenze fisiche e spirituali, non quella di essere arbitro della sua vita e della sua morte (23).


La condizione per ammettere la liceit? – e la legalit? – dell’eutanasia ? dunque l’affermazione di un diritto onnipotente e irresponsabile dell’uomo a disporre della propria vita, con aggiunto – si tratta di un corollario non casuale, una volta accettato il modello del medico-tecnico – un curioso obbligo da parte di alcuni, i medici e/o il personale sanitario, di realizzare l’atto eutanasico richiesto.


? vero: a volta a volta la cultura e la legislazione si sono impegnate – lo si ? visto nel caso olandese e in quello australiano -, e presumibilmente s’impegneranno, a porre limitazioni a tale diritto e a tale dovere: ma si tratta d’incoerenze locali, che non hanno alcun fondamento teorico una volta ammesso un ipotetico diritto all’eutanasia.


Affermato che la vita senza valore pu? essere soppressa, a chi spetter? poi il diritto e l’onere di stabilire quando la vita ? tale? Perch?, infatti, dovrebbero “beneficiare” del diritto all’eutanasia solo i malati, o solo gli anziani, o solo i malati gravi?


Perch? non dovrebbe essere come scrivono con sconcertante coerenza Roland Jaccard e Michel Th?voz nel loro Manifesto per una morte dolce, secondo cui “ogni individuo dovrebbe avere il diritto di disporre di s?, di drogarsi, di uccidersi, per ragioni che riguardano lui soltanto, perch? ? sieropositivo o perch? quel mattino piove. Non ? in alcun modo giustificato attendere l’agonia per concedergli questa libert?” (24)?


Tale diritto presuppone e implica infatti un pi? generale diritto al suicidio, pi? lo strano dovere di cui s’? detto: la vita umana ?, in questa prospettiva, un bene completamente disponibile per chi ne ? soggetto, di nuovo con il limite che il medico ha, che lo assoggetta al volere altrui per quanto riguarda l’intervento eutanasico.


 


Due notevoli effetti della legalizzazione dell’eutanasia


Prima di procedere oltre nell’analisi etica conviene almeno far cenno a due possibili e importanti conseguenze di una legalizzazione, o comunque di una diffusione della prassi eutanasica.


La prima sarebbe l’affievolirsi dell’attenzione al trattamento della sofferenza: uno studio del 1994 ha documentato che malati di cancro appartenenti a minoranze etniche negli Stati Uniti d’America avevano possibilit? tre volte maggiori di ricevere un trattamento inadeguato della sofferenza rispetto agli altri pazienti (25). Laddove l’opzione eutanasica fosse accolta come possibile, ne conseguirebbe molto probabilmente un affievolimento dello sforzo teso a ridurre la sofferenza, soprattutto per quanto riguarda i gruppi socialmente ed economicamente pi? deboli, per i quali il ricorso all’eutanasia diventerebbe la soluzione pi? “ovvia” ed economica.


Il secondo prevedibile effetto ? ancora pi? grave ed esteso: una volta introdotta la possibilit? dell’opzione eutanasica, si avrebbe infatti una sorta d’inversione dell’onere della prova della dignit? e del valore di ogni vita umana. In altre parole: il paziente terminale dovrebbe continuamente giustificare la propria scelta di non richiedere l’eutanasia di fronte ai famigliari e al personale medico.


Ecco come J. David Velleman, autore peraltro non contrario all’eutanasia, tratteggia una tale prospettiva: […] se mai la gente giungesse a guardarti come esistente per scelta, potrebbe aspettarsi che tu giustifichi il tuo continuare a esistere. Se la tua venuta quotidiana in ufficio viene interpretata come significasse che tu hai rinunciato ancora una volta a ucciderti, ti potresti sentire obbligato ad arrivare con una risposta alla domanda “Perch? no?”.


“Penso che la percezione che ciascuno di noi ha della vita altrui come di qualcosa di dato sia radicata cos? profondamente che a fatica possiamo immaginare come sarebbe la vita senza di essa. Quando qualcuno mostra impazienza o dispetto nei nostri confronti, diciamo scherzosamente: “Scusa se esisto!”. Ma immaginate se non fosse uno scherzo, immaginate se vivere fosse qualcosa per cui si possa ragionevolmente pensare di aver bisogno di una scusa. Il carico di giustificare la propria esistenza potrebbe rendere l’esistenza insopportabile – e perci? ingiustificabile” (26).


Dunque, “offrire l’opzione di morire pu? significare dare alla gente nuove ragioni per morire” (27).


Due conseguenze che meritano d’esser valutate soprattutto da parte di chi ipotizza la legalizzazione dell’eutanasia: “Tanto, chi vuole ricorrervi non pu? essere fermato, e chi non vuole ricorrervi non vi ricorrer? mai”…


 


Un parallelo con l’aborto procurato…


L’affermazione appena riportata ? significativamente simile a quella tante volte sentita a proposito dell’aborto procurato, cos? com’? simile la conseguenza di cui s’? detto: infatti anche nel caso di patologie dell’embrione – ma ora in quello di quasi ogni gravidanza non “pianificata” – la scelta standard, ovvia, ? per l’aborto procurato, mentre richiede giustificazione il suo rifiuto; questa ? la prassi ormai invalsa, anche a fronte di una legislazione la cui lettera suona diversamente.


 


… e con la fecondazione artificiale


Il parallelo con la tragica realt? dell’aborto suggerisce di essere esteso a quella della fecondazione artificiale, mostrando cos? ancora pi? in profondit? in che modo l’eutanasia sia radicata nella stessa cultura abortiva e favorevole alla fecondazione artificiale.


Com’? noto, gli effetti di aborto e fecondazione artificiale sono diametralmente opposti: nell’un caso una vita umana esistente viene soppressa, nell’altro viene prodotta a ogni costo, su richiesta.


Eppure una sola ? la mentalit? e la cultura che a essi ? favorevole: le due pratiche sono addirittura connesse in una medesima procedura: infatti, la pratica della fecondazione artificiale prevede, molto spesso, un intervento abortivo nei confronti dei cosiddetti “embrioni soprannumerari”: merita di essere ricordato – di passaggio – che chi scrive, e chi legge, non ? stato nulla di pi?, n? nulla di meno, di uno di questi embrioni “soprannumerari”.


In entrambi i casi infatti – aborto e fecondazione artificiale – quanto viene eliminato o prodotto – secondo una logica tipicamente consumistica – ? qualcosa di completamente manipolabile – disponibile all’intervento dei “tecnici” -, non qualcuno che ha una natura propria e dei diritti che gli devono essere riconosciuti nella verit?, e non attribuiti arbitrariamente (28).


La stessa duplice minaccia che incontriamo all’origine della vita fisica la ritroviamo al suo termine: se l’eutanasia riproduce le condizioni dell’aborto – una vita viene arbitrariamente eliminata -, ? l’accanimento terapeutico a occupare il posto simmetrico rispetto alla fecondazione artificiale: in questo caso un intervento tecnico, non pi? guaritivo n? curativo, s’incarica d’impedire la morte, rimandandola nel tempo e affidandola, di nuovo, a un altro intervento tecnico: si ripete cos?, per accanimento terapeutico ed eutanasia, anche quell’unione procedurale che abbiamo visto legare fecondazione artificiale e aborto.


 


L’accanimento terapeutico


Il tema dell’accanimento terapeutico – della distanasia – richiede d’esser ora affrontato, bench? brevemente e nei soli aspetti essenziali; il discorso si disporr? cos? a un approfondimento degli aspetti etici coinvolti, che sar? poi sviluppato di seguito.


Le capacit? tecniche di prolungamento della vita – di rianimazione – hanno suscitato e suscitano numerose e cospicue perplessit? in coloro che devono decidere se, quando e in che misura ricorrervi.


Si tratta, questo ? il problema, sempre d’interventi doverosi o no? E ancora: si configurano casi in cui il ricorrervi sia addirittura contrario alla dignit? del paziente?


O il non ricorrervi ? invece praticare un atto eutanasico?


Com’? chiaro, si tratta di un tema estremamente delicato, e alieno da ogni facile generalizzazione: a volta a volta paziente, famigliari e medico dovranno discernere se, e secondo quali modalit?, intervenire (29).


? possibile tuttavia offrire indicazioni generali per rilevare se la terapia attuata sia proporzionata, o se configuri, appunto, un accanimento terapeutico. Anche in questo caso la gi? citata Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede offre elementi di straordinaria chiarezza in un passo che conviene riportare per esteso: “Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili.


“Si dovr? per?, in tutte le circostanze, ricorrere a ogni rimedio possibile? Finora i moralisti rispondevano che non si ? mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi per? tale risposta, sempre valida in linea di principio, pu? forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine sia per i rapidi progressi della terapia. Perci? alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”.


“In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficolt? e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilit? di applicazione, con il risultato che ci si pu? aspettare, tenuto conto delle condizioni del malato e delle sue forze fisiche e morali” (30).


Il documento appena citato offre poi ai pazienti e a chi se ne prende cura quattro importanti criteri per il discernimento: “a) In mancanza di altri rimedi, ? lecito ricorrere, con il consenso del malato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina pi? avanzata, anche se sono allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potr? anche dare esempio di generosit? per il bene dell’umanit?.


“b) ? anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi […].


“c) ? sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina pu? offrire. Non si pu?, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere a un tipo di cura che, per quanto gi? in uso, tuttavia non ? ancora esente da pericoli o ? troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volont? di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettivit?.


“d) Nell’imminenza di una morite inevitabile nonostante i mezzi usati, ? lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute al malato in simili casi. Perci? il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza a una persona in pericolo” (31).


 


La “morte dolce” e il Magistero della Chiesa cattolica


La stretta e inscindibile connessione fra suicidio ed eutanasia ha gi? indicato alcuni presupposti di una cultura eutanasica e, in particolare, una considerazione della persona umana come soggetto di un diritto onnipotente sulla propria vita e sulla propria morte. La vita umana – per poter ammettere l’eutanasia – deve essere considerata qualcosa alla merc? dell’uomo.


Proprio a questa profondit? s’incontra un’insanabile opposizione fra una considerazione della vita come dono di Dio, bene di cui l’uomo ? beneficiario e responsabile, ma non possessore, o della vita come accidente biochimico, di cui ciascuno pu? disporre a proprio piacimento e irresponsabilmente.


In tal senso, la valutazione etica del suicidio si pu? applicare all’eutanasia: essa si oppone direttamente ai doveri verso Dio – Padrone e Signore della vita -, a quelli verso il prossimo – nel caso dell’eutanasia, sia da parte di chi la richiede, sia da parte di chi la pratica – e a quelli verso s? stessi (32).


Il Magistero della Chiesa da tempo ? intervenuto estesamente e puntualmente in tema di eutanasia (33).


Converr? ripercorrere i temi principali di tale insegnamento leggendo alcuni brani dell’enciclica Evangelium vitae, in cui Papa Giovanni Paolo II dedica a questa realt? un’attenzione tutta particolare (34).


Nel primo capitolo viene tratteggiato il contesto sociale in cui l’eutanasia viene a tema: si tratta di un’“atmosfera culturale che non coglie nella sofferenza alcun significato o valore, anzi la considera il male per eccellenza, da eliminare ad ogni costo; il che avviene specialmente quando non si ha una visione religiosa che aiuti a decifrare positivamente il mistero del dolore.


“Ma nell’orizzonte culturale complessivo non manca di incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell’uomo che, in tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morite perch? decide di esse, mentre in realt? viene sconfitto e schiacciato da una morte irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza” (35).


Al terzo capitolo, e sottolineando la stretta connessione fra eutanasia, suicidio e omicidio, il Sommo Pontefice scrive: […] il suicidio ? sempre moralmente inaccettabile quanto l’omicidio. La tradizione della Chiesa l’ha sempre respinto come scelta gravemente cattiva [36]. Bench? determinati condizionamenti psicologici, culturali e sociali possano portare a compiere un gesto che contraddice cos? radicalmente l’innata inclinazione di ognuno alla vita, attenuando o annullando la responsabilit? soggettiva, il suicidio, sotto il profilo oggettivo, ? un atto gravemente immorale, perch? comporta il rifiuto dell’amore verso se stessi e la rinuncia ai doveri di giustizia e di carit? verso il prossimo, verso le varie comunit? di cui si fa parte e verso la societ? nel suo insieme [37]. Nel suo nucleo pi? profondo, esso costituisce un rifiuto della sovranit? assoluta di Dio sulla vita e sulla morte, cos? proclamata nella preghiera dell’antico saggio di Israele: “Tu hai potere sulla vita e sulla morte; conduci gi? alle porte degli inferi e fai risalire” (Sap 16, 13; cf. Tb 13, 2).


“Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia, che non pu? mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta. “Non ? mai lecito – scrive con sorprendente attualit? sant’Agostino – uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perch?, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l’anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non ? lecito neppure quando il malato non fosse pi? in grado di vivere” [38]. Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell’esistenza di chi soffre, l’eutanasia deve dirsi una falsa piet?, anzi una preoccupante “perversione” di essa: la vera “compassione”, infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si pu? sopportare la sofferenza. E tanto pi? perverso appare il gesto dell’eutanasia se viene compiuto da coloro che – come i parenti – dovrebbero assistere con pazienza e con amore il loro congiunto o da quanti – come i medici -, per la loro specifica professione, dovrebbero curare il malato anche nelle condizioni terminali pi? penose.


“La scelta dell’eutanasia diventa pi? grave quando si configura come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non l’ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa alcun consenso. Si raggiunge poi il colmo dell’arbitrio e dell’ingiustizia quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire. Si ripropone cos? la tentazione dell’Eden: diventare come Dio “conoscendo il bene e il male” (cf. Gn 3, 5). Ma Dio solo ha il potere di far morire e di far vivere: “Sono io che do la morte e faccio vivere” (Dt 32, 39; cf. 2 Re 5, 7; 1 Sam 2, 6). Egli attua il suo potere sempre e solo secondo un disegno di sapienza e di amore. Quando l’uomo usurpa tale potere, soggiogato da una logica di stoltezza e di egoismo, inevitabilmente lo usa per l’ingiustizia e per la morte.


“Cos? la vita del pi? debole ? messa nelle mani del pi? forte; nella societ? si perde il senso della giustizia ed ? minata alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le persone” (39).


 


La morte preparata, accolta e superata


Il tema della morte e del morire ? stato il filo conduttore di questa ricerca; essa ne ha esplorato peraltro un solo versante, quello del rifiuto della sofferenza e della morite, che ha nel suicidio e nella pratica eutanasica le sue espressioni pi? decise e paradigmatiche. Ma non ? l’unico itinerario consentito, n? alla ricerca n? – tantomeno – al cammino dell’esistenza.


L’altro itinerario ? di preparazione alla morte. Esso non ha n? la concitazione della fuga n? l’angoscia del terrore di fronte alla distruzione (40).


Gli sono invece consentite le movenze umili di un cammino d’incontro (41).


E la voce della lode: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, / da la quale nullo omo vivente po’ scampare. // Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali! // Beati quelli che trover? ne le tue sanctissime voluntati, / ca la morte seconda no li far? male. // Laudate e benedicite mi Signore, / e rengraziate e serviteli cun grande umiltate” (42).


 


Lorenzo Cantoni


Giovanna Fravolini


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(1) PHILIPPE ARI?S, L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, trad. it., Laterza, Roma-Bari 1980, p. 32.


(2) Cfr. LORENZO CANTONI, La “Carta degli Operatori sanitari”. Una presentazione, in Cristianit?, anno XXIII, n. 239, marzo 1995.


(3) Cfr. STANISLAW GRYGIEL, La salvezza e la salute, in ERMANNO PAVESI (a cura di), Salute e salvezza. Prospettive interdisciplinari, Di Giovanni, San Giuliano Milanese (Milano) 1994, pp. 17-36 (p. 27): “Davanti alla morte l’uomo comincia a domandare il senso del suo essere che nasce e muore, vale a dire la sua verit?. Il malato non chiede del senso che egli potrebbe costruire. Davanti alla morte i sensi costruiti dall’uomo non hanno alcun senso. In altre parole l’uomo messo davanti alla morte diventa, per dirla […] con sant’Agostino, magna quaestio; cfr. anche IDEM, In the beginning is the end and in the end is the beginning, in Anthropotes. Rivista ufficiale del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, anno VII, n. 1, maggio 1991, pp. 25-53.


(4) La stessa cura esasperata della salute e dell’aspetto esteriore manifesta poi una sorta di macabra profezia della corruzione della carne. Una ricostruzione cinematografica insieme attenta e sarcastica di questo si pu? trovare in Death becomes her, del regista Robert Zemeckis (Universal Pictures, USA 1992). Il titolo dell’edizione italiana del film ? La morte ti fa bella.


(5) Una grande mole di materiale eutanasia, a favore sia della sua diffusione che della sua legalizzazione, ? disponibile in Internet, nella base dati Deathnet (l’indirizzo della home page ? http://www.islandnet.com/~deathnet/open.html). Deathnet ? stata creata da John Hofsess, direttore esecutivo della canadese The Right to Die Society, “Societ? per il Diritto a Morire”, in collaborazione con Derek Humphry, attualmente presidente di ERGO!, Euthanasia Research and Guidance Organization, “Organizzazione per la Ricerca sulla e l’Accompagnamento all’Eutanasia”, associazione che ha sede a Eugene, in Oregon.


(6) CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sull’eutanasia Iura et bona, del 5-5-1980, II.


(7) Cfr. D. C. CLARK, Rational Suicide and People with Terminal Conditions or Disabilities, in Issues in Law and Medicine, n. 8, 1992.


(8) Cfr. ibidem.


(9) F. P. MCKEGNEY e M. A. O’DOWD, Clinical and Research Reports: Suicidality and HIV Status, in American Journal of Psychiatry, n. 149, 1992, pp. 396-398.


(10) Cfr. J. H. BROWN ET AL., It is Normal for Terminally Ill Patients to Desire Death?, ibid., n. 143, 1986, pp. 208-211.


(11) Cfr. ibidem.


(12) NEW YORK STATE TASK FORCE ON LIFE AND THE LAW, When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, Albany (New York) 1994, pp. 12-13. Questo testo ? disponibile anche in Internet all’indirizzo gopher.health.state.ny.us, bench? senza alcune tabelle; cfr. una sua segnalazione a cura di LORENZO CANTONI in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XLV, n. 3, maggio-giugno 1995, pp. 625-626.


(13) Sulla realt? dell’hospice, cfr. THOMAS S. WEST, The development of “hospice” in the United Kingdom, in ELIO SGRECCIA, ANTONIO G. SPAGNOLO e MARIA LUISA DI PIETRO (a cura di), L’assistenza al morente. Aspetti socio-culturali, medico-assistenziali e pastorali. Atti del Congresso Internazionale. Roma, 15-18 marzo 1992, Vita e Pensiero, Milano 1994, pp. 395-400.


(14) W. BREITBART, Suicide Risk and Pain in Cancer and AIDS Patients, in C. R. CHAPMAN e K. M. FOLEY (a cura di), Current and Emerging Issues in Cancer Pain: Reasearch and Practice, Raven Press, New York 1993, p. 54.


(15) NEW YORK STATE TASK FORCE ON LIFE AND THE LAW, When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, cit., p. 17. Cfr. anche VITTORIO MESSORI, Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, SEI, Torino 1982.


(16) Cfr. MAURICE A. M. DE WAACHTER, Eutanasia nei Paesi Bassi. La pratica medica, l’etica, il diritto, in KOS. Rivista di scienza e etica, nuova serie, vol. X, n. 100, gennaio 1994, pp. 41-44.


(17) Cfr. i dettagli della procedura, in GIOVANNA FRAVOLINI, ANNA MENCARELLI ed ELENA MAZZEO, L’eutanasia in Olanda: risposta legislativa ad una prassi iniqua, in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XLIV, n. 6, novembre-dicembre 1994, pp. 1093-1106; cfr. anche G. FRAVOLINI, La nuova normativa sull’eutanasia nei Paesi Bassi, in Aggiornamenti Sociali, anno XLV, n. 12, dicembre 1994, pp. 839-848.


(18) Tale procedura ? contenuta nell’articolo 10 del Regolamento di Polizia Mortuaria come modificato dal progetto di legge n. 22572: “Il necroscopo del Municipio se ritiene di non poter effettuare la dichiarazione di morte, avverte l’ufficio di giustizia, compilando un modulo fissato con provvedimento amministrativo generale di cui alla frase precedente e fatto dal Ministro della Giustizia e dal Segretario di Stato per gli Affari Sociali, la Sanit? e la Cultura; viene poi avvertito l’ufficiale di Stato civile dell’anagrafe”.


(19) Come si evince dalle pagine della Commissione Remmelink istituita dal ministro della Giustizia il 17 gennaio 1990 allo scopo di effettuare indagini aventi a oggetto la pratica dell’eutanasia nel Regno dei Paesi Bassi. Cos? ASSOCIATION POUR LE DROIT DE MOURIR DANS LA DIGNIT? (ADMD), Dossier: La l?gislation hollandaise sur l’euthanasie. Bulletin Trimestriel, anno 3, n. 48, marzo 1993, pp. 2-19.


(20) Cfr. ERNST M. H. HIRSCH BALLIN, Cristiano-democratici ed eutanasia, in Concilium. Rivista internazionale di teologia, n. 4, luglio-agosto 1993, pp. 741-744.


(21) In Italia il problema di Living Wills fra i molti ? stato affrontato da AMEDEO SANTO-SUOSSO, A proposito di living will e di advance directives. Note per un dibattito, in Politica del diritto, anno 21, n. 2, giugno 1990, pp. 477-487; SALVATORE VECA, Autonomia e dignit? della persona, in Notizie di Politeia, anno 7, n. 24, 1991, pp. 5-6; e ANTONIO GIOACHINO SPAGNOLO, Carta dell’autodeterminazione: il punto di vista dell’etica cattolica, ibid., pp. 7-9; ALBERTO BONDOLFI, Il tema del living will nel dibattito sulla buona morte, in KOS. Rivista di medicina, cultura e scienze umane, anno IX, n. 76, febbraio 1992, pp. 18-23; PAOLO CATTORINI, La carta dell’autodeterminazione del malato approvata dalla Consulta di Bioetica (16-3-92). Alcuni rilievi critici, in Difesa Sociale, anno 71, n. 5, settembre-ottobre 1992, pp. 121-130; GIACOMO PERICO S.J., “Testamento biologico” e malati terminali, in Aggiornamenti Sociali, anno XLIII, n. 11, novembre 1992, pp. 677-692; e MARIO IORIO, Il diritto a morire, in Minerva Medico-Legale, anno 115, vol. 115, n. 4, gennaio 1995, pp. 45-53.


(22) Cfr. la legge australiana, in Bullettin of Medical Ethics, anno 10, n. 108, maggio 1995, pp. 8-11.


(23) Questo limite era ben chiaro – anche prima del cristianesimo -, per esempio ne Il giuramento di Ippocrate, in cui si legge: “Non dar? a nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiestone, n? mai proporr? un tale consiglio” (IPPOCRATE, Opere, a cura di Mario Vegetti, UTET, Torino 1965, p. 393).


(24) ROLAND JACCARD e MICHEL TH?VOZ, Manifesto per una morte dolce, trad. it., E.D.T. Edizioni di Torino, Torino 1993, p. 46.


(25) Cfr. CHARLES S. CLEELAND ET AL., Pain and its Treatment in Outpatients with Metastic Cancer, in The New England Journal of Medicine, vol. 330 (9), marzo 1994, pp. 592-596. Il campione totale dello studio fu costituito da 1308 pazienti.


(26) J. DAVID VELLEMAN, Against the Right to Die, in The Journal of Medicine and Philosophy, anno 6, n. 17, 1992, pp. 665-681 (p. 674). Il testo svela insieme quella mancanza di senso, percepita con terrore, di cui si diceva in principio; i cristiani devono essere, come scrive san Pietro, “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che ? in voi” (1 Pt. 3, 16).


(27) J. D. VELLEMAN, art. cit., p. 676.


(28) Cfr. un parallelo analogo, in MICHEL SCHOOYANS, La morte inflitta, in E. SGRECCIA, A. G. SPAGNOLO, M. L. DI PIETRO (a cura di), L’assistenza al morente. Aspetti socio-culturali, medico-assistenziali e pastorali. Atti del Congresso Internazionale. Roma, 15-18 marzo 1992, cit., pp. 73-79.


(29) Tale difficolt? di giudizio manifesta in modo chiaro che la medicina ? anche un’arte: cfr. HANS GEORG GADAMER, Dove si nasconde la salute, trad. it., Cortina, Milano 1994; cfr. una segnalazione di questo testo a cura di LORENZO CANTONI in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XLV, n. 3, maggio-giugno 1995, pp. 623-624.


(30) CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sull’eutanasia Iura et bona, cit., IV.


(31) Ibidem. Sul tema, sul quale esiste una bibliografia assai vasta, cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE PER GLI OPERATORI SANITARI, Carta degli Operatori sanitari, 4 a ed., Citt? del Vaticano 1995, nn. 119-124; e PONTIFICIO CONSIGLIO “COR UNUM”, Alcune questioni etiche relative ai malati gravi e morenti, relazione di un gruppo di lavoro riunito dal 12 al 14 novembre 1976, in PATRICK VERSPIEREN S.J. (a cura di), Biologia, medicina ed etica, trad. it., Queriniana, Brescia 1980, pp. 484-502.


(32) Cfr. una presentazione del tema “suicidio” e delle coordinate della sua valutazione etica, in LINO CICCONE, Non uccidere. Questioni di morale della vita fisica, Ares, Milano 1984; MICHELE FEDERICO SCIACCA, Morte e immortalit?, L’Epos, Palermo 1990; e L. CANTONI, Su alcune dimensioni del suicidio. Il caso dell’Emilia Romagna, in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XLIV, n. 6, novembre-dicembre 1994, pp. 1143-1160.


(33) Cfr. P. VERSPIEREN S.J. (a cura di), Biologia, medicina ed etica, cit.; e DIONIGI TETTAMANZI (a cura di), Chiesa e bioetica. Giovanni Paolo II ai medici e agli operatori sanitari, Massimo, Milano 1988; una piccola raccolta di interventi magisteriali in tema si trova in Che cosa ha detto il Papa sull’eutanasia, a cura dai monaci di Solesmes, Edizioni Paoline, Milano 1993. Cfr. inoltre E. SGRECCIA, Manuale di bioetica. I. Fondamenti ed etica biomedica, 2 a ed., Vita e Pensiero, Milano 1994, pp. 631-681; D. TETTAMANZI, Bioetica. Nuove frontiere per l’uomo, 2 a ed., Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1992, pp. 419-467; e P. VERSPIEREN S.J., Eutanasia? Dall’accanimento terapeutico all’accompagnamento dei morenti, trad. it., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo


(Milano) 1985.


(34) Cfr. GONZALO MIRANDA, I problemi etici dell’eutanasia nell’Enciclica “Evangelium Vitae”, in Medicina e Morale. Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, nuova serie, anno XLV, luglio-agosto 1995, pp. 719-738.


(35) GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Evangelium vitae sul valore e l’inviolabilit? della vita umana, del 25-3-1995, n. 15.


(36) Cfr. SANT’AGOSTINO, De Civitate Dei I, 20: CCL 47, 22; SAN TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, II -II , q. 64, a. 5.


(37) Cfr. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sull’eutanasia Iura et bona, cit., I: AAS 72 (1980), 545; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2281-2283.


(38) Epistula 204, 5: CSEL 57, 320.


(39) GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Evangelium vitae sul valore e l’inviolabilit? della vita umana, cit., n. 66.


(40) La morte ? stata ingoiata per la vittoria, dov’?, o morte, la tua vittoria? Dov’?, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte ? il peccato e la forza del peccato ? la legge. Siano rese grazie a Dio che ci d? la vittoria per mezzo del Signore nostro Ges? Cristo!” (1 Cor. 15, 54-57; la citazione paolina ? da Os. 13, 14).


(41) Meriterebbe attenzione la mancanza sempre pi? diffusa di una catechesi sulla morite e sul sacramento dell’unzione degli infermi, che segnala un recepimento della mentalit? secolare all’interno stesso della comunit? cristiana. Contra, cfr. – fra i tanti – SANT’ALFONSO MARIA DE LIGUORI, Apparecchio alla morte ovvero considerazioni sulle verit? eterne utili a tutti per meditare e ai sacerdoti per predicare, adattamento in lingua corrente, introduzione e note di Paolo Arrigo Orlandi, Gribaudi, Milano 1995 (l’edizione originale ? del 1758).


(42) SAN FRANCESCO D’ASSISI, Il Cantico delle creature, strofe 12-15, in Fonti Francescane. Scritti e biografie di san Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di santa Chiara d’Assisi, 3 a ed., emp edizioni messaggero Padova, Padova 1983, p. 178.


 


Articolo apparso in Cristianit? N.249 gennaio 1996