Manifesto interreligioso o errore sul fine vita?

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Il 5 febbraio è stato sottoscritto da molte realtà religiose, cattoliche e non, il «Manifesto interreligioso dei diritti nei percorsi di fine vita», che ha il grande limite di non vietare esplicitamente l’eutanasia, pratica che non è mai rispettosa della dignità personale. Un secondo aspetto molto problematico di questo documento è il modo fuorviante in cui viene intesa la libertà religiosa.

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Si chiama «Manifesto interreligioso dei diritti nei percorsi di fine vita» ed è stato elaborato da un gruppo promotore costituito dall’ASL Roma 1, dal Gemelli Medical Center dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dal Tavolo interreligioso di Roma. Il Manifesto è stato sottoscritto il 5 febbraio da molte realtà religiose, cattoliche e non. Un manifesto che quindi trova concordi cristiani, ortodossi, protestanti, buddisti, islamici, ebrei, induisti.

Il Manifesto si sostanzia in nove diritti: diritto di disporre del tempo residuo; diritto al rispetto della propria religione; diritto a servizi orientati al rispetto della sfera religiosa, spirituale e culturale; diritto alla presenza del referente religioso o assistente spirituale; diritto all’assistenza di un mediatore interculturale; diritto a ricevere assistenza spirituale anche da parte di referenti di altre fedi; diritto al sostegno spirituale e al supporto relazionale per sé e per i propri familiari; diritto al rispetto delle pratiche pre e post mortem; diritto al rispetto reciproco. Ogni diritto trova nel documento una sua spiegazione più dettagliata.

Molti sarebbero i punti critici di questo Manifesto, ma, per amor di sintesi, ci soffermiamo su due aspetti. Nel Manifesto si legge che esiste un «diritto di disporre del tempo residuo […] affinché [ogni persona] possa gestire la propria vita in modo qualitativamente soddisfacente, anche in relazione alla propria spiritualità e fede religiosa». E se la «propria spiritualità e fede religiosa» fossero accondiscendenti verso pratiche eutanasiche? Ci troveremmo allora con credenti ed enti cattolici che hanno sottoscritto un documento che potrebbe aprire le porte all’eutanasia.

Il problema di questo documento, relativamente alle pratiche connesse con la “dolce morte”, sta nel fatto che non vieta esplicitamente l’eutanasia, né, in modo subordinato, dichiara che qualsiasi intervento clinico terapeutico o qualsiasi decisione relativa all’ultima fase della vita deve essere sempre rispettosa della dignità personale. E l’eutanasia non è mai rispettosa di tale dignità.

Ulteriore aspetto assai problematico di questo documento. Il secondo diritto è denominato «Diritto al rispetto della propria religione». Da questo diritto germinano altri “diritti” sempre attinenti all’ambito religioso: «Diritto di comunicare la propria fede religiosa alla struttura sanitaria», «diritto a servizi orientati al rispetto della sfera religiosa, spirituale e culturale», «diritto alla presenza del Referente religioso o Assistente spirituale», «diritto al rispetto delle pratiche pre e post mortem previste dalla religione di appartenenza». Va da sé che «ogni diritto porta come conseguenza il dovere di ognuno di rispettare il credo religioso degli altri».

Ora ciò che ci apprestiamo a scrivere, lo sappiamo bene, suonerà urticante alle orecchie di molti, soprattutto in questa fase storica di forte spinta ecumenica. Mettendo sale sulle ferite occorre ricordare che non esiste un diritto a professare qualsiasi religione. Esiste il diritto a professare solo la religione cattolica, perché diritto e libertà sono concetti associabili solo alla verità, non all’errore. Non c’è il diritto all’errore o la libertà di professare l’errore. Dunque i diritti di cui sopra che si riferiscono all’ambito religioso non possono essere lecitamente predicabili.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda: «Tutti gli uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che riguarda Dio e la sua Chiesa, e, una volta conosciuta, ad abbracciarla e custodirla» (2104). Ciascuno ha quindi un dovere morale di carattere naturale di cercare la verità. La verità in ambito religioso prende un nome: Gesù Cristo. Infatti Egli disse di sé: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Quindi tutti devono convertirsi a Cristo e dunque tutti devono convertirsi alla Chiesa cattolica da Lui fondata perché la religione cattolica è l’unica a essere vera (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Iesus, circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, 6 agosto 2000; Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, n. 1).

Il dovere di cercare la Verità, che è Cristo, è esercitabile ovviamente solo tramite la libera adesione alla Verità. Dunque se per “libertà religiosa” si intende il diritto all’immunità della coercizione fisica e psicologica tale espressione è accettabile (cfr. Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio e alla Prelatura Romana, 20/12/1976; Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2005). Se invece per “libertà religiosa” si intende il diritto a professare una religione diversa da quella cattolica, tale espressione è da rigettare perché erronea. Come infatti dichiara il Catechismo della Chiesa Cattolica «il diritto alla libertà religiosa non è né la licenza morale di aderire all’errore, né un implicito diritto all’errore» (n. 2108). Troviamo il medesimo principio nelle seguenti parole di Giovanni Paolo II: «È ben chiaro che la libertà di coscienza e di religione non significa una relativizzazione della verità oggettiva che ogni essere umano è tenuto, per dovere morale, a ricercare» (Giovanni Paolo II, La libertà religiosa, condizione per la pacifica convivenza, 1/01/1988).

Leone XIII nell’enciclica Immortale dei condanna il seguente principio: «a ciascuno sarà lecito seguire la religione che preferisce, o anche nessuna, se nessuna gli aggrada. […] È diritto di ciascuno professare qualsiasi fede gli aggradi». Queste parole fanno eco a quelle del suo predecessore Pio IX, il quale nel Sillabo, contenuto nell’enciclica Quanta cura, condanna la seguente affermazione: «È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera» (XV) (cfr. altresì Gregorio XVI, Mirari vos). Non si può intendere la libertà religiosa come diritto soggettivo di professare una religione diversa da quella cattolica per consequenzialità logica. Il diritto soggettivo è una pretesa giuridicamente tutelata. È lecito pretendere solo il bene (ambito morale) e il vero (ambito teoretico). Ergo esiste solo il diritto alla verità (il diritto a cercare la verità), non il diritto all’errore (il diritto di professare l’errore). E dato che solo Cristo è la verità e tale verità per suo volere è custodita pienamente solo nella Chiesa cattolica, ne consegue che gli altri culti sono essenzialmente falsi. Ma se sono falsi non si può predicare un diritto alla falsità, all’errore dottrinale. E dunque non si può predicare una libertà di professare questi culti.

Inoltre, la libertà scaturisce solo dall’adesione al bene e al vero: «La libertà autentica e desiderabile è quella che, nella sfera privata, non permette all’individuo di essere schiavo degli errori e delle passioni» (Leone XIII, Immortale Dei). Sulla stessa frequenza d’onda si muove Paolo VI che nel 1965, nel pieno della discussione conciliare sulla libertà religiosa, vergò questo appunto: «Essa [la libertà religiosa] invece è da stabilirsi nel dovere della ricerca della verità; [nel] dovere della fedeltà alla verità; [nel] dovere dell’insegnamento della verità; [nel] dovere della professione e della difesa della verità religiosa, che è oggettivamente una sola e che nella sua pienezza è quella della rivelazione cristiana, custodita e insegnata dalla Santa Chiesa cattolica» (Paolo VI, Annotationes Manu Scriptae, De libertate religiosa, 6/05/1965). In modo analogo si esprime Giovanni Paolo II: «La libertà, di cui l’uomo è dotato dal Creatore, è la capacità che gli è permanentemente data di cercare il vero con l’intelligenza e di aderire col cuore al bene a cui naturalmente egli aspira» (La libertà religiosa, condizione per la pacifica convivenza); «la libertà è pienamente valorizzata soltanto dall’accettazione della verità: in un mondo senza verità la libertà perde la sua consistenza» (Centesimus annus, n. 46).

Ricordiamo anche le parole di Benedetto XVI: «La libertà religiosa va intesa non solo come immunità dalla coercizione, ma prima ancora come capacità di ordinare le proprie scelte secondo la verità» (Libertà religiosa, via per la pace. Messaggio per la celebrazione della XLIV Giornata Mondiale per la pace, 1/01/2011); «La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità» (Caritas in veritate, n. 55).

Da ultimo riportiamo un enunciato della Congregazione per la Dottrina della Fede: «il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa […] si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani» (Nota circa l’impegno dei cattolici nella vita politica, 24/11/02, n. 8). Ciò a voler dire che la natura umana inclina al vero, ossia ha una sete di verità impressa da Dio e dunque ha sete dell’unica religione vera che è quella cattolica. E quindi l’unica libertà predicabile è quella interessata da questa inclinazione naturale alla verità  religiosa. Sintesi di questi interventi sono le parole di Gesù: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Dato che, come abbiamo visto, solo Cristo è la verità, solo chi segue Cristo e dunque solo chi segue gli insegnamenti della Chiesa cattolica è libero. Non si può quindi predicare la libertà in riferimento a culti erronei e quindi è sbagliato usare l’espressione “libertà religiosa” relativamente a religioni diverse da quella cattolica. Semmai si possono tollerare le altre credenze, non riconoscere ad esse la libertà di culto.

Invece per il Manifesto pare che tutte le religioni siano uguali. Infatti esplicita che «ogni persona ha il diritto di chiedere, qualora l’Assistente spirituale della propria fede non fosse disponibile, l’assistenza da parte di un Referente di altra fede». Insomma un sacerdote cattolico o un rabbino pari sono nei momenti che precedono immediatamente l’incontro con Cristo. Chiamasi indifferentismo religioso.

 

Tommaso Scandroglio per http://www.lanuovabq.it/it/il-manifesto-interreligioso-e-lerrore-sul-fine-vita

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