E salta fuori che la “pillola del giorno dopo” distrugge il fegato!

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Lo Stato italiano: “l’uso di Esmya deve essere limitata e che sono necessarie misure per minimizzare il rischio di danno epatico” (AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco: http://www.aifa.gov.it/content/nota-informativa-importante-su-esmya-ulipristal-acetato-03082018)
Anche l’Agenzia europea dei medicinali segnala gravi danni al fegato per chi assume un farmaco a base di Ulipristal acetato.
E’ lo stesso principio attivo contenuto nella EllaOne, la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo. Ma non viene fatta nessuna correlazione.
Perché? Forse perché i dosaggi sono diversi, ma è evidente che gli ideologi del socialismo statalista e welfarista se ne guardano bene dal parlarne, perché aborto e contraccezione non si possono toccare.

I rischi della pillola dei 5 giorni dopo che non ci dicono

di Tommaso Scandroglio

C’è una notizia che i media, eccezion fatta per quelli di settore, hanno pressoché snobbato. Il principio attivo della cosiddetta pillola dei cinque giorno dopo, pillola che può avere effetti anche abortivi, si chiama ulipristal acetato. Questo principio attivo è presente anche nell’Esmya, un farmaco per il trattamento dei sintomi da moderati a gravi dei fibromi uterini.

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Marco Cappato come Emma Bonino: impuniti

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Caso Dj Fabo: la Consulta non decide ma passa la patata bollente al Parlamento autorizzandolo a inserire nella legge sulle Dat anche alcuni casi di aiuto al suicidio. Una volta che le Camere avranno fatto questo lavoro sporco sarà agevole per la Corte Costituzionale mantenere il reato di aiuto al suicidio ad eccezione dei nuovi casi previsti. La platea dei candidati all’eutanasia si allargherà a depressi, annoiati dalla vita o disperati per un dolore esistenziale. In questo modo la Corte Costituzionale avrà così messo nelle loro mani una rivoltella per uccidersi.

Suicidio e eutanasia: l’importanza del far pressione sugli esponenti locali dei partiti;
è questo il compito alla portata di ognuno.

Fine vita, la “sfida” alla Consulta stimolo per i pro life

La sentenza della Consulta sul caso Cappato può dare l’impressione di chiudere definitivamente i pro-life in un vicolo cieco. Ma apre anche un nuovo e più chiaro orizzonte di impegno contro l’eutanasia.
Si sfidi in Parlamento la Corte nel rivedere la legge sulle DAT restringendo, e non allargando le possibilità eutanasiche.
Occorre costituire dei movimenti locali di modifica costituzionale per blindare il diritto secondo giustizia e arrestare il piano inclinato. 

La sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato, che la NBQ ha illustrato e commentato ieri (vedi qui), può dare l’impressione di chiudere definitivamente i pro-life in un vicolo cieco privo di alternative.
Eppure, proprio perché manifesta così chiaramente il suo disegno, apre invece un nuovo e più chiaro orizzonte di impegno contro l’eutanasia e per la vita.

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Roma: aggrediti universitari per la vita

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VIETATO PARLARE SE NON TI SOTTOMETTI AL RELATIVISMO

9 Ottobre 2018. Un gruppo di 8 studenti che ha segnatamente lo scopo di informare scientificamente e sensibilizzare sull’aborto, appartenenti all’associazione “Universitari per la vita”, organizzano un volantinaggio con un banchetto e qualche stuzzichino alla facoltà di lettere dell’ateneo “La Sapienza”.
Sono una di loro.
Mentre cerco di spiegare a un ragazzo – che adduceva come ragione per essere favorevole all’aborto il crescente inquinamento di Madre Terra – che la vita non è proprio una cosa da poco e l’unicità di ogni essere umano, un’orda di gente ci viene addosso di soprassalto. Cercano di arraffare tutti i nostri volantini, si siedono con arroganza sul nostro tavolo, urlano «Medievali, bigotti, portate con voi il regresso, voi con le vostre idee di merda!».

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«Non è la donna a volere l’aborto»

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Mazzi e il libro “Indesiderate”:
«Gravidanza vista come “ostacolo”dalla società»

“Indesiderate”… da chi? È questa la domanda che sorge spontanea ascoltando la presentazione del libro di Andrea Mazzi, dal titolo, appunto, “Indesiderate”. Il soggetto sono le gravidanze difficili.
A dieci anni dalla scomparsa del proprio fondatore, i volontari dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII continuano a fare incontri per ricordare l’insegnamento di Don Oreste Benzi. Ieri, al Seminario Metropolitano di Corso Canalchiaro, un tema molto caro a Don Oreste è stato messo sul tavolo con la presentazione del testo firmato dall’attivista Andrea Mazzi, insieme ai meno recenti “Non siamo in vendita” di Irene Ciambezi e “Ascoltando Don Oreste Benzi” di Andrea Montuschi.

Le gravidanze difficili sono quelle che spingono le donne a considerare l’aborto. Vengono anche definite indesiderate, ma l’intento di Mazzi è quello di problematizzare questo assunto presentando le storie di numerose donne. «Sono anni che incontro queste gravidanze difficili, – ha spiegato l’autore – e la maggior parte delle donne vorrebbe continuare la gravidanza. La risposta più normale che ricevo è: “io vorrei continuare, ma…”». In vent’anni di attivismo, Mazzi ha incontrato un centinaio di mamme. Molte di queste storie sono divenute il cuore del suo libro: «Melissa ha detto “io vorrei continuare, ma mio marito non ne vuole sapere”. – ha citato l’autore – Lei era felicissima di essere rimasta incinta del terzo figlio, ma il marito era angosciato, soprattutto per via di una situazione lavorativa barcollante.
Questa angoscia ha invaso infine anche la moglie, che è andata ad abortire.

Molte storie riguardano ragazzine giovani, che vorrebbero tenere il bambino ma che si ritrovano davanti la contrarietà dei propri parenti. Ho raccolto la storia di questa giovane di 16 anni che si è rivolta al consultorio dicendo “aiutatemi, per favore, non voglio uccidere mio figlio”».

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Alla fiera di Overton l’utero conviene

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Compravendita di bimbi. Che la vita umana sia sacra, intangibile, non lo dice più nessuno: ed è questa la radice della generale deriva etica, tipica delle nazioni “democratiche”.

Ma che cos’è questa “2018 Brussels conference on parenting options for European gay man”?
Niente, semplicemente è una fiera riservata a uomini gay organizzata dalla ‘MHB – Men Having Babies’ nella quale puoi affittare un utero, di fatto comprare un bambino, e avere consulenza legale per diventare papà a tutti gli effetti aggirando la legge.

Conviene. Questo è già il quarto anno che la fanno a Bruxelles, la capitale della nostra grande Europa.
C’è anche il catalogo con le donne, anzi gli uteri, perchè trattate così questo sono, che surrogano la gravidanza e ti fanno il bambino.
Naturalmente schiere di giuristi e consulenti per fare in modo che tutto appaia regolare perchè, di regolare, alemeno in teoria, non ci sarebbe proprio nulla.

E sì perchè già nel 2015 il Parlamento Europeo aveva sì dichiarato forte sostegno alle nozze gay, ma aveva anche nettamente bocciato la pratica della maternità surrogata perchè, testuale: “compromette la dignità umana della donna dal momento in cui il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce”.
Ci sarebbe anche la famosa ‘Convenzione dell’ONU sui Diritti dell’Infanzia‘ ma che vuoi, un buon avvocato riesce a dimostrare che il bambino lo hai avuto da una relazione precedente con una donna, che poi lei ha rinunciato ai diritti sul bambino (non perchè tu l’hai comprato, certo) e poi ti sei sposato con un uomo per cui, tutto regolare, viva la famiglia di chi ha il portafogli gonfi, tanto bisogno di affetto e tanta voglia di diritti civili, i propri.

Farmaco blocca-pubertà: via libera con il sì dei cattolici

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Nel 2013 l’ospedale Careggi di Firenze chiese il via libera per l’utilizzo di farmaci in grado d’inibire gli ormoni responsabili dello sviluppo della pubertà, sostenendo attraverso Mario Maggio, primario di Medicina della sessualità, che la disforia di genere (la percezione di trovarsi nel corpo di sesso sbagliato) che affliggeva certi bambini poteva essere curata così.

In poche parole bloccando lo sviluppo sessuale del suo corpo il piccolo avrebbe avuto più tempo per decidere se essere maschio o femmina.
Ovviamente si sollevò una polemica, soprattutto in casa cattolica, data la follia di curare un disturbo mentale, anziché cercandone le cause, avallandolo.

Un po’ come se, a chi si sentisse un gatto, accettassimo di mettere la coda.
Osservazioni che fino a cinque anni fa sembravano ancora ovvie, come ovvio è il fatto che in presenza di una dissociazione fra sesso biologico e identità percepita, il problema non è del corpo, ma della mente.

Oggi, però, pare non essere più certo neppure questo. Nemmeno in casa cattolica.

Sì perché il parere del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) in risposta alla richiesta dell’AIFA del 10 aprile scorso di utilizzare «la triptorelina per il trattamento di adolescenti affetti da disforia di genere (DG)», reso noto il 23 luglio, porta la firma di medici, genetisti, giuristi e filosofi cristiani come Bruno Dallapiccola del Bambin Gesù di Roma, Francesco D’Agostino, presidente dei Giuristi Cattolici, Lucio Romano, ex presidente di Scienza & Vita, Lucetta Scarrafia, editorialista dell’Osservatore Romano, Mariapia Garavaglia, ex ministro della Sanità, i filosofi Laura Palazzani e Antonio Da Re e l’economista Massimo Sargiacomo.
Con un solo parere contrario, quello di Assuntina Morresi, docente di Chimica-Fisica.

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L’assegno di divorzio come in una Società per azioni

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Di Tommaso Scandroglio. La Cassazione ha definitivamente sentenziato sull’assegno di divorzio tentando di trovare un punto di equilibrio tra “tenore di vita” e “autosufficienza” del coniuge economicamente più debole.
Si delinea sempre di più il matrimonio come un contratto che dà vita ad una SPA in cui ogni coniuge entra in società con i propri utili nella speranza che portino frutto.
Ma il divorzio rimane una piaga morale e sociale tanto drammatica quanto ormai perfettamente assimilata dalla coscienza collettiva.

In principio c’era il criterio del “tenore di vita” a fungere da paradigma per il calcolo del quantum dell’assegno divorzile. E dunque tu ex coniuge dovevi assicurare all’altro ex coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita sperimentato durante il rapporto matrimoniale.

Poi la Cassazione con la sentenza 11504/17 (Lamorgese sul caso Grilli) sposò un criterio opposto: laddove il richiedente fosse stato economicamente autosufficiente nulla poteva chiedere all’altro ex coniuge, anche se il suo attuale tenore di vita non poteva essere comparato con quello precedente. Dopo questa sentenza, la Cassazione tornò sul tema altre volte per limare i criteri utili a stabilire l’importo dell’assegno di divorzio.

L’ultima puntata si è svolta l’11 luglio scorso con la sentenza n. 18287, in cui la Cassazione ha tentato di trovare un punto di equilibrio tra “tenore di vita” e “autosufficienza” del coniuge economicamente più debole. A tal fine i criteri indicati sono plurimi e così diversificati da spingere gli stessi giudici a parlare di “criterio composito”. Vediamo quali sono questi criteri.

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Terapeutica o ricreazionale? L’inganno sulla cannabis

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I dati del World Drug Report 2018 dell’UNODC registrano che almeno 192 milioni di persone l’hanno consumata almeno una volta nell’ultimo anno. Un dato in crescita costante che va di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale. La preoccupazione dell’ufficio antidroga dell’Onu è legata alla contradditorietà degli usi: da un lato la cosiddetta cannabis terapeutica, una “bomba atomica” che non viene studiata dal punto di vista farmacologico e dall’altro l’uso ricreazionale, che sta sviluppando una potente lobby commerciale. Una contraddizione che gioca sull’ignoranza e su campagne ideologiche di liberalizzazione. 

-IL REPORT: DROGA A FIUMI, LA POLITICA HA FALLITO/1
-LA CAMPAGNA DELLA NUOVA BQ: IL POTERE DIVORA I GIOVANI

 

Per quanto riguarda la cannabis i dati del World Drug Report 2018 dell’UNODC registrano che almeno 192 milioni di persone l’hanno consumata almeno una volta nell’ultimo anno. Il dato è in crescita del 16% rispetto al decennio 2006-2016 e va di pari passo con l’aumento della popolazione nel mondo.

Un altro fattore di preoccupazione è rappresentato dalle liberalizzazioni di alcuni Paesi, come il Canada e l’Uruguay, dove è stata totalmente sdoganata. E qui si scopre che le campagne di liberalizzazione che sono fiorenti anche in Italia giocano su una contraddizione in atto che però non viene mai affrontata.

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Cassazione: sì all’adozione gay. E l’interesse del minore?

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Grazie alla legge sulle unioni civili, ormai la stepchild adption, ossia l’adozione del figlio naturale o adottivo dell’altro coniuge, a favore di coppie omosessuali è cosa normale da noi.
Ora a pronunciarsi è la Corte di Cassazione su un caso di doppia stepchild adption di due madri lesbiche, con un’interpretazione della legge che lascia a bocca aperta: ad ogni sentenza si aggiungono nuove motivazioni o si perfezionano quelle passate.

Due donne francesi e “sposate” in Francia hanno la residenza ad Avellino. Entrambe hanno avuto un bambino con la fecondazione artificiale eterologa ed entrambe hanno partorito ad Avellino.
Sempre entrambe, però ora in Francia, hanno adottato l’una il figlio dell’altra (stepchild adoption).
Hanno chiesto il riconoscimento di questa doppia adozione alle autorità italiane, riconoscimento negato.
Ne è nata una vertenza giudiziaria che è arrivata appunto sino in Cassazione.

Gli ermellini hanno detto “Sì” al riconoscimento dell’adozione avvenuta oltralpe. Per la Corte il supremo interesse del minore vince sull’ordine pubblico, motivo quest’ultimo che aveva spinto l’amministrazione comunale a rifiutare il riconoscimento della stepchild adoption.
Secondo i giudici il supremo interesse dei bambini consiste nel vivere «in modo stabile in un ambiente domestico armonioso e ad essere educato e assistito nella crescita con equilibrio e rispetto dei suoi diritti fondamentali».

Ma poi la Corte entra in contraddizione. Infatti asserisce che i precedenti casi giudiziari in cui si negò il riconoscimento dell’adozione di una coppia gay avvenuta all’estero (sentenza 6078/2006 e 3572/2011) erano giustificati dal fatto che l’adozione, a differenza della stepchild adoption, può essere esercitata, nel rispetto della legge Cirinnà, solo da coppie sposate e non dalle coppie omosessuali unite civilmente.

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Trapianti: espianto dopo morte o morte dopo espianto?

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La triste vicenda di Rebecca Braglia, la giovane e sfortunata rugbysta finita in coma in seguito ad un placcaggio di gioco, dichiarata cerebralmente morta e sottoposta all’espianto degli organi, è esemplificativa di come funziona la macchina dei trapianti.

Trapianto d’organi vitali: espianto dopo morte o morte dopo espianto?

Innanzitutto, essa ha il compito di utilizzare un linguaggio tecnico nebuloso, poco chiaro, in modo tale da far pensare che sia una questione valutabile dai soli addetti ai lavori; in secondo luogo, le informazioni sul caso specifico sono poche e frammentate; terzo, il nuovo criterio di accertamento della morte consente di “giocare” con la parola morte e di collocarla in un momento preciso, anche se in maniera del tutto arbitraria.

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